La società liquida di Bauman tra turisti e vagabondi

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Ci lascia a 91 anni il sociologo polacco Zygmunt Bauman, il cui maggior contributo si registra in merito al confronto tra la società moderna e postmoderna. La metafora ricorrente negli scritti di Bauman è presa in prestito dalla fisica, con l’improprio passaggio di stato della liquefazione.

Nella sua opera “Dentro la globalizzazione”, Bauman descrive il passaggio dell’uomo da produttore a consumatore: l’affermarsi della globalizzazione, infatti, ha permesso un’interdipendenza di relazioni quasi sovrumana, se confrontata con l’epoca precedente. Produzione di massa affiancata da un consumo di massa, come voleva il vecchio Ford. L’individuo è prosumer, produttore e consumatore al tempo stesso: non è più vincolato al suo ruolo di destinatario di un servizio, bensì partecipa al processo di produzione accedendo alla scatola nera della fabbrica.

Per Bauman, i consumatori sono “raccoglitori di sensazioni”, tesi nei loro desideri effimeri; non esiste un prodotto o un servizio capace di placare il desiderio umano, in quanto l’appagamento è illusorio e il desiderio persistente. Non solo: il “desiderio inappagato” è l’imperativo vitale della società dei consumi, senza il quale essa non potrebbe sopravvivere. Il sociologo polacco individua due tipologie contrapposte di consumatori, i turisti e i vagabondi: i primi sono “extraterritoriali”, trascendono lo spazio e hanno come unico limite la dimensione temporale; i secondi, al contrario, sono consumatori difettosi, incatenati nella loro dimensione locale che si fa sempre più stretta. I vagabondi aspirano a diventare come i turisti, rappresentandone allo stesso tempo l’incubo peggiore.

Nella società contemporanea anche le relazioni sono divenute ormai fluide, come si ricorda in “Amore liquido”: il capitale sociale è sempre più di tipo bridging, che getta ponti su più reti sociali e non serra in piccoli gruppi limitati. E’ l’individuo neoliberale, il cui successo si misura in base al numero di progetti in cui riesce ad impegnarsi; è l’imprenditore che può dirsi “grande” solo se condivide le proprie esperienze con il maggior numero di persone. In quest’ottica, è sempre l’agire razionale rispetto allo scopo di Weber a prevalere, che imprigiona gli individui in una gabbia d’acciaio. “La solidità dei rapporti umani tende ad essere considerata una minaccia”, perché limita la libertà di movimento e riduce la possibilità di accettare le opportunità che si presenteranno in futuro poiché, se si è gia definiti in una forma solida, è impossibile adottarne una diversa, a meno che si assuma che i nostri “confini” siano liquidi. E proprio come ogni liquido che si adatta alla forma del contenitore in cui è contenuto, allo stesso modo facciamo noi, adattandoci alle diverse situazioni in cui siamo chiamati a districarci quotidianamente.

Nel suo libro “Consumo, dunque sono”, Bauman definisce il consumo come“un ciclo metabolico di ingestione, digestione ed escrezione, è un aspetto permanente ed ineliminabile della vita svincolato dal tempo e dalla storia, un elemento inseparabile dalla sopravvivenza biologica che gli esseri umani condividono con tutti gli altri organismi viventi”. Il consumo, dunque, è un processo naturalizzato ma, soprattutto, è privato, individuale, egoistico. E’ un fenomeno che va di pari passo con l’ascesa del capitalismo: se prima, infatti, gli individui consumavano per soddisfare un bisogno immediato, ora è l’accumulazione che comporta una soddisfazione temporanea. Per dirla con Smith, l’individuo è orientato al consumo di beni simbolo di uno status sociale riconoscibile, apprezzabile e condivisibile.

Futuro e passato sono insignificanti, perché è solo il presente ad assumere importanza in un’ottica del “qui e ora”, dove il movimento è condizione necessaria di inclusione. L’uomo, a differenza delle piante, non ha radici, è libero di muoversi nello spazio senza obbligo di rimanere radicato al suolo. In base a questa visione, Bauman si è occupato anche dei flussi migratori, affermando che “ogni epoca ha avuto la sua ondata migratoria. A cambiare nel tempo sono state solo le destinazioni e le tecnologie. Così, il povero cerca di rientrare negli schemi imposti dalla società consumistica dei ricchi ma, fallendo nel suo tentativo, si sente frustrato, abbattuto, escluso, vittima di un trickle-down effect che non gli permette mai di raggiungere la vetta di una cascata in continua mutazione.

L’individuo è sempre più diffidente e i primi a farne le spese sono poveri e stranieri, entrambi considerati capri espiatori contro cui rovesciare la propria angoscia.

Per Bauman, “la vista dei poveri impedisce ai non poveri di immaginare un mondo diverso”, dunque la loro presenza è funzionale per le leggi del mercato. La dimensione economica assume una posizione predominante nei confronti della dimensione politica, proprio perché le istituzioni si riscoprono assuefatte e incapaci di reagire in una logica che pone al centro il mercato. E’ questo il tema di “La solitudine del cittadino globale”, il quale ritiene più appropriata per sé la definizione di “consumatore” rispetto a quella di “cittadino”. Eppure, “il mercato non persegue la certezza, né può evocarla e tanto meno garantirla. Il mercato prospera sull’incertezza”. La flessibilità richiesta dal mercato comporta il rischio costante, ma l’individuo competitivo dovrà essere capace di assumersene le conseguenze e, immune da vincoli, riuscirà a calarsi in nuove situazioni più appetitose.

E’ un continuo prevalere della dimensione privata su quella pubblica/sociale, il cui recupero, secondo il sociologo polacco, rappresenterebbe una soluzione al “male di vivere”. L’agorà, infatti, “è lo spazio in cui i problemi privati si connettono in modo significativo, vale a dire non per trarre piaceri narcisistici o per sfruttare a fini terapeutici la scena pubblica, ma per cercare strumenti gestiti collettivamente abbastanza efficaci da sollevare gli individui dalla miseria subita privatamente”. In questo senso, è necessaria l’opera degli intellettuali, i quali devono riappropriarsi della politica senza nascondersi in retoriche filosofie lontani dalla realtà.

L’analisi del Novecento è fondamentale per Bauman: il secolo scorso è, per il sociologo polacco, pieno di orrori, a causa delle dittature che lo hanno interessato. A ciò segue quella che Castel aveva definito “esplosione della società salariale”, che ha portato all’umiliazione del lavoro il quale, nella società odierna, non assicura più uno status stabile. La frammentazione della condizione lavorativa si accompagna al fallimento dello Stato sociale che aveva invece caratterizzato il fordismo maturo, uno Stato-nazione in grado di proteggere e provvedere ai propri cittadini, comprese le fasce meno abbienti. E’ questo lo scenario di “Paura liquida” e, nel 2014, di “Futuro liquido”, i quali hanno per oggetto un individuo costantemente afflitto, insicuro, paradossalmente atrofizzato in una società che impone il movimento. Ciò è comprensibile alla luce di quanto detto precedentemente: il cittadino non ha più protezioni o assicurazioni e sente incombere un futuro costellato di pericoli ignoti.

La liquidità del presente coinvolge anche cultura e informazione, in merito alle quali Bauman si è espresso proprio recentemente con “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”: i fruitori sono onnivori, in grado di digerire tutto e trattenere poco. La cultura, in particolare, è un grande supermarket in cui gli scaffali non rimangono mai vuoti e dal quale si entra e si esce in base alle proprie preferenze. Per Bauman, “la cultura non illumina più nessuna caverna. Deve però soddisfare i sogni di fuga di pubblici eterogenei di consumatori”.

Paradossalmente, Zygmunt Bauman, il sociologo che ha tanto criticato la società dei consumi, muore lo stesso giorno in cui l’Phone compie dieci anni: a volte il destino sa essere davvero beffardo.

di Antonella Gioia

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Antonella Gioia
Classe 1995, di origini lucane, frequenta attualmente la facoltà di Scienze politiche, sociali e internazionali di Bologna. Innamorata della sua terra, appassionata di libri, attratta dai dettagli trascurati. Colleziona collaborazioni con quotidiani e periodici locali, aspettando l'occasione propizia. Spera, un giorno, di fare della sua passione un lavoro.