FIFA, Brasile 2014: la voce dei “senza nome”, sfrattati per una questione d’immagine

A pochi giorni dall’inizio dei Mondiali, il tema su cui vorremmo concentrarci e che da molti mass media sembra esser dimenticato se non addirittura “ignorato” è di ben altra bellezza; orrori e storie che in molti, parlando di sport e bellissimi valori annessi, fanno finta di non vedere. L’altra facciata di questi mondiali nasconde una guerra, tra ricchi e poveri, che il mondo intero non vuole vedere.

Una guerra sociale che, ancora una volta, vede contrapporsi quella che è la parte più debole della popolazione contro quelli che sono gli interessi di un’intera nazione (e non solo); che non conosce etica, né morale. Eccola la realtà che non vediamo. Parla di paesaggi urbani, emarginati sociali e “dannati”, che ogni giorno combattono una guerra in nome dei propri diritti, del proprio nome, della loro memoria. Di persone che non vogliono essere dimenticate e rivendicano il loro nome, la loro memoria. Per ricordarci che, al di là di quella spettacolare facciata fatta di stadi ultra-moderni e città pulitissime e all’avanguardia, si nascondono loro. Quelli che si guadagnano da vivere veramente, senza correre dietro un pallone.

Ancora una volta i protagonisti di questa triste storia sono loro: gli scarti umani dell’economia capitalista; coloro che, in una triste specularità mimetica, vivono dei rifiuti di questa economia: i vinti, gli abietti, i rivoltosi.

Eppure nella società contemporanea, malata perché completamente globalizzata (cioè satura e, per così dire, catastroficamente erosa dal verme del finto progresso infinito); nella “società immaginaria” (la società dell’immagine, o meglio, dell’immagine che la società vuole avere di se stessa) tutti costoro fungono paradossalmente e inconsapevolmente da memento mori, da rappresentazione vivente o non-più-vivente dell’irrappresentabile destino di rovina, che, nella forma infantilmente esorcizzata della vecchiaia o della povertà, grava su tutti i membri del finto paradiso di benessere, consumo e salute comune veicolato ogni giorno dall’ottuso martellamento dei media occidentali.

Ma la massa informe dei “dimenticati” che nelle bidonville, come nelle favelas e più in generale nelle ‘zone’ di emarginazione, costituirebbero lo sfondo inafferrabile  della nostra civiltà, cosa sono? Forse il loro comune essere allo stesso tempo appartenenza alla metropoli e alla disfatta dell’umano, quest’ultima per declinare un concetto tipicamente pasoliniano, intesa nella sua “mutazione antropologica” più profonda e tragica.

E se escludessimo per un secondo lo spazio politico istituzionale della rappresentanza, il solo votato a spazio idoneo a rivendicare stessi diritti e possibilità, non resterebbero che singole voci di protesta, inascoltate, dinanzi al Parlamento brasiliano. Voci che, come lo stesso Antonio Carlos Costa, fondatore dell’ong “Rio dela Pace”, affermano: “vogliamo che le istituzioni pubbliche chiedano perdono alla nazione, perché non hanno mantenuto le loro promesse: hanno spesso una fortuna in denaro pubblico in settori non essenziali”.

E mentre il Governo spende 8 miliardi di euro per l’evento sportivo più atteso dell’anno lo Stato procede con questi atti di repressione e indifferenza, sfrattando (secondo alcune fonti) ben 250.000 persone in nome della FIFA WORLD CUP e delle varie infrastrutture che ospiteranno le varie nazionali. Questa è la vera coppa del mondo. Questa è la vera essenza della società attuale. E noi? Ne saremo complici?

Giuseppe Papalia

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