Il lato oscuro della vita di Einstein: la tragedia del figlio Eduard

Non sempre la vita di personaggi famosi si rivela facile: guardate ad esempio Albert Einstein, il più famoso scienziato del Novecento. Dovette affrontare il rischio di essere rapito dalla Gestapo e incentivare Roosvelt a costruire la bomba atomica, che in realtà non fu mai realizzata quando l’idea era di lanciarla sul Giappone. Ma vi fu un altro fatto di cui si parla poco: la tragedia del figlio Eduard, che a soli vent’anni venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico a Zurigo.

A scriverne un romanzo – biografia dal titolo ” Il caso Eduard Einstein “ è Laurent Seksik, che riporta questo brandello di vita trascritto nelle lettere e nelle pagine di altri lavori dello scienziato.

Eduard nasce nel 1910 da padre Albert e madre Mileva Maric. Un ragazzo sensibile che mostra sin da giovanissimo uno spiccato talento per la musica e gli studi. Negli anni dell’ adolescenza, sebbene viva con la madre e il fratello Hans Albert, spesso incontra il padre che parte da Berlino per andare a trovarlo. Intraprende gli studi di medicina all’università e il suo sogno è quello di diventare uno psichiatra. Ma nel 1930  inizia il calvario per Eduard: una crisi gravissima che sfocia in un’aggressione alla madre.

Due anni dopo viene rinchiuso a ” Burghoelzli “, una clinica per malati mentali, dentro la quale trascorre tutto il resto della sua vita, fino al 1965, anno della sua morte, avvenuta precisamente dieci anni dopo la scomparsa del padre.

In questo arco di tempo si dice che Albert ed Eduard si siano incontrati soltanto una volta, esattamente nel periodo in cui Hitler diviene cancelliere ed Einstein, che è il primo obiettivo dei nazisti, decide di abbandonare Berlino per tornare in America dalla seconda moglie.

Prima di partire la sua ultima tappa è Zurigo, nella clinica in cui è rinchiuso Eduard. Qui, dopo una suonata di pianoforte, il padre cerca di convincere il figlio ad andarsene via con lui, ma senza successo. Infatti Seksik riporta una frase alquanto curiosa di Eduard : “Venire con te? Meglio crepare”.

Non si sa di preciso cosa sia accaduto tra i due in quegli ultimi momenti trascorsi insieme, ma ciò che è certo è che Eduard è rimasto affidato alla madre e alle cure dell’ epoca quali l’elettroshock e la contenzione.

Albert Einstein aveva sempre ritenuto il caso del figlio come un problema senza soluzione, per questo dimostrava terrore nei confronti della sua follia; d’altro canto anche lo stesso Eduard parlava di un padre che era “insopportabilmente geniale”, scoprendo inoltre dal fratello Hans Albert che in realtà i genitori ai tempi dell’università avevano dato alla luce anche una bambina che presto venne affidata a una balia. Secondo Seksik la piccola non fu mai adottata e morì di scarlattina.

Eduard era un grande appassionato di Freud, tanto che nella sua stanza ne teneva un ritratto, quasi come fosse un simbolo paterno.

Albert Einstein e Sigmund Freud nella vita reale si conobbero, ma i loro rapporti furono impregnati di concorrenza: dalle corrispondenze tra i due emergono particolari interessanti, nel 1928 il primo aveva contestato il padre della psicanalisi sulle sue teorie, opponendosi all’Accademia di Stoccolma che voleva affidargli il premio Nobel per la medicina.

Negli anni della corrispondenza entrambi avevano scritto un libro: ” Perchè la guerra ” per la Società delle Nazioni ed Einstein aveva riconosciuto esplicitamente le teorie di Freud. Tuttavia senza mai parlare del figlio.

Martina Cusimano