L'Eco del cattivo giornalismo e l'arte della letteratura

Cercando svogliatamente fra le righe statiche di un libro, a volte si ha la sorte di scoprire frasi che illuminano il pensiero, in grado di darti una nuova visione delle cose. Se poi a questo si aggiunge l’arte della letteratura quelle frasi divengono possibilità, interpretazioni che possano aiutare a cogliere più profondamente ciò che un autore, il più delle volte inconsciamente, avrebbe voluto offrire ad un lettore attraverso i suoi scritti.
E risulta superfluo dire quanto queste interpretazioni daranno un nuovo senso alla vicenda, ai personaggi di quel racconto in grado di attingere a quell’invisibile velato sotto la trascrizione senza tempo dell’autore, sotto ogni sua frase. Si scoprirà l’invisibile di cui non ci si ci era mai accorti tra gli scaffali di una libreria in mezzo a migliaia di libri impolverati, finché qualcuno ‘involontariamente’ non ci ha regalato una storia, una interpretazione nuova e senza tempo.
Leggere vuol dire questo: ciò che racchiude quella sublime arte della letteratura, ormai relegata a simbolo di una cultura elitaria e certamente per pochi. Eppure i libri sono lì, a portata di mano, umanamente condivisi, alla portata di tutti. Comunemente condivisibili, generalmente criticabili. Ma se dovessimo immaginarci noi stessi come artefici di tali storie? Se fossimo noi a dover scrivere un libro? Chi, almeno una volta nella sua giovane vita, in età adolescenziale o da bambino, non mai sognato di diventare scrittore?
“E così si finisce per sognare quel che sognano tutti i perdenti, di scrivere un giorno un libro che mi avrebbe dato gloria e ricchezza. E per imparare come si faceva a diventare un grande scrittore ho fatto il gost writer. Era bello lavorare nell’ombra, coperto da due sipari (l’altro e l’altro nome dell’altro).”
E’ con questa frase, trovata casualmente nello sfogliare le pagine di un libro qualsiasi, che ho scoperto l’invisibile di cui non mi ero mai accorto. Un invisibile diventato visibile, in grado di convogliarmi nella lettura del libro di Umberto Eco: “Numero Zero“.
Ho letto diverse opere di Umberto Eco, autore che fra l’altro stimo molto per la sua dedizione a temi quali la semiotica, la linguistica e l’analisi del mondo mediale e delle scienze sociali e del linguaggio in generale, tuttavia la scoperta di questo suo ultimo romanzo è stato un qualcosa di “sensazionale”. Un’opera svelta, nonostante le sue 205 pagine, ma in grado di sviluppare e approfondire tematiche quanto mai importanti e attuali: il giornalismo, la stampa e la comunicazione. In grado di raccontarci come viene prodotto, elaborato e percepito il messaggio che ogni giorno quell’apparecchio asettico denominato Televisione (tanto criticato da Pier Paolo Pasolini: uno che di letteratura se ne intendeva), assieme alle agenzie d’informazione e ai giornali ci trasmettono.
E tra le molteplici considerazioni in merito a quest’opera letteraria, e ai trucchi del mestiere giornalistico che ad essa sono associati, interessante appare l’analisi che contempli, aldilà del romanzo, “quali possono essere i motivi per dare maggior rilievo ad un articolo di giornale rispetto ad un’altro, quali possono essere i motivi per unire, dividere, escludere o includere una notizia, sia essa presentata sotto forma di articolo, di servizio televisivo, o perfino come opinione di un presunto esperto? E soprattutto quali sono i modi, i trucchi, gli stratagemmi, per ottenere il risultato desiderato? Meglio usare certe parole rispetto ad altre, certi caratteri, certe forme verbali, certe impaginazioni? Eco, nell’intreccio di una trama narrativa costernata da incontri sentimentali, fallimenti di un aspirante giornalista nemmeno laureato e in grado semplicemente di tradurre opere o collaborare per giornali locali, ci narra abilmente, “sguazzando” facilmente nella dottrina della semiotica (la “scienza umana che si occupa dello studio di tutti i segni che servono per la comunicazione”) l’intreccio di una storia di realtà e finzione. Di un giornalismo malato, sporco, dedito a coloro i quali (gli editori) spesso sono avidi di interessi personali e potere, i quali abilmente sguazzano fra i pesci grossi di coloro che le informazioni non solo le detengono e le “condividono” sui giornali, bensì le “creano”. 
“E non è un caso – si continua a leggere – che il verbo qui utilizzato sia “sguazzare” poiché traspare tra le righe il grande divertimento che l’autore trae dalla possibilità di poterci insegnare come plasmare una notizia nella maniera più opportuna; si percepisce il suo piacere, quasi ce lo si immagina con un largo sorriso a premere sulla tastiera al ritmo di un tic al decimo di secondo – adesso aggiungo questo, poi dico quest’altro… – e man mano che la storia si sviluppa, aumenta anche il suo diletto: perché non inserirci un bel complotto in quella nostalgica Milano degli anni ‘90? Perché non infilarci delle belle atmosfere cupe tra le strette vie di Brera o quelle case rustiche e così romantiche dei navigli, e perché non metterci anche un paio di personaggi bislacchi, una bella donna tanto frizzante quanto insicura e un protagonista, perdente nato, che col suo cupo sarcasmo, cupo quanto le viuzze, tinge tutto di noir? E lo è veramente! Lo è, come si è detto, per l’autore il cui diletto traspare nella scrittura e lo è per il lettore che riesce, grazie ad un ritmo a dir poco serrato ma ad una prospettiva sempre distaccata, a farsi coinvolgere da una trama originale senza tuttavia smettere di far funzionare la testa e apprendere, imparare la lezione che “il professore” con leggerezza gli impartisce: non conta cosa è successo ma come è stato riferito poiché tutto può essere sempre il contrario di tutto”. [Umberto Eco, Numero Zero, recensioni QLibri].
Insomma, forse Numero Zero è davvero tutto e il contrario di tutto, ma soprattutto è, come in molti ormai l’han già definito, un manuale: il manuale del cattivo giornalismo.
Dopotutto questo libro gode di un grandissimo fascino. Il fascino dei bei libri che solo i grandi scrittori riescono a creare, quegli scrittori a cui bastano due parole e un punto per crearti una storia, colorarla di realtà e nel mentre spiegarti come funziona il mondo. “Due parole e un punto, niente di più”.
di Giuseppe Papalia
 

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