Il fracking provoca i terremoti? A distanza di anni ora arriva l’ufficialità. A dirlo non sono i soliti complottisti, come qualcuno è sempre portato a pensare, ma l’agenzia scientifica del Governo degli Stati Uniti per il monitoraggio dei terremoti, che afferma: “il riversamento sotterraneo delle acque reflue generate durante l’estrazione di petrolio e gas ha reso alcune zone del Texas e dell’Oklahoma pericolose come la California”.
Questa volta ad alzare i toni sono proprio gli studiosi che, a gran voce, incuriosiscono l’opinione pubblica su un tema già affrontato da tempo ma di cui si sapeva ancora poco. Troppo poco per essere reputato serio, ancora meno per far si che venisse preso in considerazione da chi di terremoti se ne intende, ma non a tal punto da considerare il fracking la causa di tutti i mali.
Ma cos’è questo fracking di cui si parla tanto, ma di cui poco si conosce? Alcuni, come Il Fatto Quotidiano, la definiscono “l’ultima diavoleria dei petrolieri per spremere la terra”, anche se in geotermica esso altro non è che lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare una frattura nel sottosuolo mediante l’utilizza di trivelle. Lo scopo? Ovviamente quello di ottenere idrocarburi da cui estrarre petrolio e gas naturale, di solito contenuti nei giacimenti.
Queste fratture, alimentate dall’uomo, vengono create appositamente nel sottosuolo a profondità elevate e via via estese pompando al suo interno fluido sotto costante pressione. Una tecnica nuova e certamente non convenzionale che dagli USA si è col tempo estesa nel corso degli anni anche al resto d’Europa, Italia compresa.
Correva l’anno 2009 e sebbene questa tecnica fosse stata inventata nel 1997 da Barnett Shale in Texas, esso ha preso il sopravvento grazie al duo Bush-Cheney che esentò questa pratica dalle leggi di protezioni ambientali dell’USA, aprendo così, di fatto, la terra alle lobby petrolifere e alle compagnie dei petrolieri di turno.
“Hydraulic fracturing”, dall’inglese “fratturazione idraulica”, diviene una parola apparentemente tranquilla ma in essa è racchiusa tutto il suo più malsano concetto: generare microsismi frantumando il sottosuolo e sprigionando il quantitativo di gas in esso contenuto. L’accostamento ai terremoti, di cui ancora poco si sapeva, certo poteva starci anche se in maniera poco certa. Oggi se ne ha la certezza. A confermarlo, secondo la nuova previsione annuale sul rischio di terremoti, è proprio il Geological Survey degli Stati Uniti, che rimarcherebbe il concetto secondo cui alcune parti del Texas e dell’Oklahoma – zone da sempre a basso rischio sismico – si incamminerebbero ora verso lo stesso pericolo sismico delle aree da sempre soggette a forti terremoti quali la California. Il motivo dell’aumento sismico, secondo la stessa organizzazione governativa, sarebbe proprio dovuto all’utilizzo sfrenato di questo metodo estrattivo. Finora ritenuto innocuo e irrilevante nelle correlazioni coi terremoti.
Stando allo Usgs, questo problema, sorto in aree insolitamente sismiche, metterebbe oggi in pericolo la vita di sette milioni di persone. E se l’intensità sismica registrata dai sismografi viene registrata in scossette solitamente lievi non è un caso che in altre parti, anche l’Italia, i terremoti causati dall’uomo sono arrivati a toccare magnitudo di alta intensità.
Il caso più recente può essere quello del sisma emiliano (5,9 della scala Richter), che nel maggio del 2012 ha colpito le zone della regione centrale emiliana, fino a propagarsi su vasta scala anche nel resto delle regioni limitrofi quali quelle del Veneto e della Lombardia e risultando infine avvertito da gran parte dell’Italia Centro-Settentrionale, compreso il Trentino – Alto Adige.
Anche in questo caso, le polemiche mosse dall’opinione pubbliche sulle tecniche estrattive del fracking in Emilia erano state immediate, dalla carta stampata così come dai cittadini, che però non avevano ottenuto più di tanto seguito per via della mancanza di dati certi, di cui oggi ancora si discute grazie alla commissione internazionale ICHESE. Quest’ultima, istituita per la valutazione delle possibili relazioni tra attività di esplorazione per gli idrocarburi e aumento di attività sismica nel territorio ancora sotto osservazione.
Tuttavia, già nell’aprile del 2014, anche il giornalista scientifico Edwin Cartlidge pubblicava sulla rivista americana Science, il rapporto che la stessa commissione aveva diramato e secondo cui “il comitato internazionale di geologi ha concluso, in un rapporto ancora inedito, che un paio dei terremoti mortali che hanno colpito la regione italiana dell’Emilia-Romagna nel 2012 potrebbe essere stato innescato dall’estrazione del petrolio in un giacimento petrolifero locale.”
Sono trascorsi due anni da quel rapporto e ancora numerosi sono i dubbi che permangono. Una cosa ora è certa: il fracking provoca i terremoti. Ancora una volta gli americani ci avevano visto lungo.
E ora? Cos’accadrà? Gli studi e le indagini su questo metodo estrattivo proseguono.
di Giuseppe Papalia
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