Siamo solo capaci di proibire il burkini

Si accetta che milioni di musulmani vengano in Europa, ma al contempo si proibisce l'uso di abiti che loro ritengono di moda. Il burkini e le contraddizioni di una società europea decadente

Il burkini è “Incompatibile con i valori della Francia”. Sono queste le parole usate dal premier francese Manuel Valls in merito al bando emesso da alcuni comuni francesi per il burkini in spiaggia. Un sostegno all’iniziativa che è al limite del grottesco, sopratutto se si pensa che a proibirlo sono quelle stesse persone che hanno incentivato l’arrivo di musulmani in Europa negli ultimi vent’anni.

Fa sorridere, senza essere per forza filoarabi, sentire i discorsi pronunciati dagli esponenti del governo francese a favore del divieto. 
Non è un costume da bagno ma “l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna” ha affermato Valls, che poi ha basato il suo pensiero sul fatto che alla base dell’adozione dell’abito vi sia una “visione arcaica“, oppressiva nei confronti delle donne.
Teorie affascinanti, del resto pronunciate dalla stessa persona che non è stata capace di evitare i spaventosi attentati in Francia degli ultimi due anni, che vanno in contrasto con la libertà di pensiero che sta alla base della società “civile” europea.

La nostra società, che palesando una certa superiorità ha accettato l’ingresso di culture incompatibili sul proprio suolo, ora ha paura di un costume da bagno. Vi  è certamente la difesa della figura della donna, la quale è libera di ricorrere a costose cure di bellezza e a diete per non sfigurare di fronte ai canoni imposti dalla nostra società libera. Nulla a che vedere con le donne arabe che comodamente indossano il burkini con la possibilità di abbuffarsi tranquillamente a tavola.

Il burkini comunque non è il burqa, troppe differenze tra i due abiti. “Non possiamo paragonare gli obblighi di coprirsi alla scelta di farlo. Il burkini è una moda, si è diffuso di recente e lascia il volto scoperto. Inoltre, senza negare le pressioni sociali, sono convinto che le donne che lo indossano lo facciano per moda e per libera scelta individuale e penso che debbano poterlo portare se vogliono”, Bruno-Passim Aboudrar, professore di estetica parigino, ha così voluto replicare alle speculazioni sorte sull’abito.

La polemica scaturisce in un periodo dell’anno, quello ferragostano, famoso per le notizie ecclatanti. Ha scioccato, agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, la foto scattata durante la partita di beach volley femminile alle olimpiadi di Rio tra Germania ed Egitto che mostrava da una parte le atlete tedesche in bikini, oltre la rete le giocatrici egiziane con braccia e gambe coperte. Una delle due, Doaa Elghobashy, ha deciso di indossare anche l’hijab (il velo).
“La sfida è medioevo contro libertà” è questo una delle tante foto condivise da persone che, prima di criticare, devono accettare una cultura mediorientale che, dall’imperatore Ciro in poi, si contrappone a quella europea e che deve restare separata fisicamente da noi nel rispetto reciproco.