"I diari di Dibba, ogni giorno sul Foglio": quando la politica diviene cabaret

“Stavamo qui ar Caribbe”: i diari di Dibba, ogni giorno sul Foglio”. Nei molti che se lo staranno chiedendo, o che se lo saranno già chiesto, proponiamo l’idea secondo cui non si tratti di una trovata promozionale nei confronti del deputato grillino, e nemmeno quella che vedrebbe, nel quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, qualche inappropriato “giornalista del web” essersi bevuto il cervello.
Si direbbe piuttosto essere “la trovata dell’anno”, da parte del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, così come ribadito da alcuni commentatori della politica di stampo 2.0 sotto al post della notizia lanciata pochi giorni fa proprio sul canale social per eccellenza: Facebook.

Una rubrica a tratti satirica che ripercorre le vicende, divertenti e non, della vita del deputato pentastellato sia dentro che fuori le istituzioni parlamentari e governative. Vicende che, quotidianamente, si ritrovano a essere ironicamente pubblicate sulla pagina del quotidiano a lui dedicata e che in poco tempo hanno già raggiunto un vasto pubblico sui social network che ne seguono l’andamento (o la metamorfosi, così com’è stato intitolato l’ultimo post riguardante una sua dichiarazione estrapolata dal libro “ A testa in su”, edito da Rizzoli).
“Vorrei che ognuno di voi si trasformasse, almeno per un giorno, in una mosca per poter svolazzare indisturbato in Parlamento e vedere quel che vedo io” recita a pagina 157, con il conseguente ironismo da parte de “Il Foglio” che dedica a questo aforisma l’accezione di metamorfosi : svolazzare in parlamento. Divertente, ma è solo il primo di una lunga serie. Nello scorrere l’intera pagina infatti, difficilmente ci si imbatte in titoli o correlazioni poco azzeccate e per un tratto questo modo di fare “informazione”, sempre che anche di questo si parli, diviene spassoso e piacevole: ma fino a che punto?
Se è vero che nella satira nulla può essere nocivo, quanto può edificare questo tipo di iniziativa i lettori? A quale scopo?
Qualcuno direbbe che sono i rischi del mestiere dati dal mutamento mediale. Un radicale cambiamento dato dal fatto che oggi il comico prevale sulla scena pubblica. Una forma di narrazione nuova e rivisitata che passa da Beppe Grillo prima e Maurizio Crozza dopo. Tra i due, poi, potremmo aggiungere anche diversi altri comici (magari la Litizzetto) e “intellettuali maître à penser” della sinistra, schierati ancora oggi a difesa di un modo di intendere e vedere le cose che, sempre non molto tempo fa, avevano già diviso l’opinione pubbliche sul modo di intendere le questioni rilevanti.
Dopotutto, così come direbbe la giornalista e saggista italiana Marta Boneschi, che di queste cose certamente s’intende: in un clima dominato dal faceto si forma l’opinione pubblica e viene plasmata la cultura civica. Il serio è messo ai margini, patrimonio polveroso di pochi ricchi che leggono i libri, di stravaganti che rifiutano di mettere ogni cosa in ridere. La serietà divide lo stesso destino dell’onestà, non fa vincere punti percentuali e non fa diventare ricchi. Sciocchi i seri, stupidi gli onesti.

Altri direbbero che è la pratica del commento e della cronaca politica in stampo social 2.0, dove ognuno può essere al tempo stesso spettatore e protagonista del decadimento culturale in cui ci troviamo. Una nuova sfera diasporica negli scambi relazionali orizzontali e non più verticali, potenziato da uno storytelling fattosi catalizzatore di storie di vita comune ora pretestuosamente manipolate a piacere dagli strateghi della comicità, che ne ridisegnano i significati e le relegano a situazioni di tutt’altro genere. Il caso può essere proprio quello di Alessandro Di Battista, spettatore e protagonista di attimi della sua vita – presente e passata – ora associati alla sua figura istituzionale. Uno spettacolo fine a se stesso e alla sua (lecita) comicità o utile perché indirettamente “denigratorio”? 
Certamente lo stesso sarà stato fatto per innumerevoli altri esponenti, a partire da Silvio Berlusconi (demonizzato e irriso fino allo stremo innumerevoli volte), sino ad arrivare a Matteo Renzi (più volte accostato alla figura di Mister Bean, tanto per dirne una), ma fino a che punto tutto ciò è tollerato?
L’abitudine, rimodernizzata attraverso nuove forme di comunicare/ricevere quel che viviamo e interpretiamo del mondo, non è cambiata nella sostanza. Oggi, così come ieri, la forma principale dell’ironia resta la medesima, seppur adattata ai mezzi sempre più interattivi e partecipativi (ma anche invasivi) della vita altrui.
Volgere in riso se stessi e i propri simili resiste ai secoli, come passatempo prediletto: resta solo da capire se i modi sono quelli giusti. Perché nel superare il limite del ridicolo si fa presto in tempo. Ma la politica, erroneamente accostata ai singoli personaggi, è anche e soprattutto altro. Non soltanto un cabaret.  
di Giuseppe Papalia