Ecco come uno Stato ha rottamato le famiglie (e le nascite) italiane

E così si scopre che il fisco, o chi per lui, sta procedendo a tutta velocità verso un obiettivo ben preciso: rottamare il tessuto sociale italiano e le famiglie che tanto saldamente un tempo lo rendevano solido

In uno Stato in cui le politiche giovanili sono quasi del tutto inesistenti, anche quelle volte alla famiglia sembrano oramai decimate. E così, come certificano gli ultimi dati ISTAT, in Italia nascono sempre meno bambini. 
Così si scopre che la crisi, che si è mangiata la ricchezza delle famiglie italiane, ha portato con essa strascichi non indifferenti dal punto di vista delle nascite con 12 mila nati in meno rispetto al 2015: un dato che diviene ancora più preoccupante se si considera che, nel periodo che va dal 2008 – anno che segna l’inizio della crisi economica – al 2016, le nascite sono diminuite di oltre 100mila unità. Un dato, quest’ultimo, che, anche se in misura minore, considera al suo interno anche numerose famiglie straniere residenti in Italia.
Tuttavia ad oggi, come emerge dal sondaggio della Confesercenti-Swgoltre, sei milioni di famiglie italiane non arrivano alle terza settimana del mese, mentre per altri 2,2 milioni l’emergenza scatta già dalla seconda settimana. E a pagare la crisi sono le famiglie, che pagano un po’ per tutti quanti.
Inoltre, da uno studio condotto non molto tempo fa dall’ISTAT, intitolato “Reddito, consumi e carico fiscale delle famiglie” e presentato dalla Fondazione Nazionale dei commercialisti e dal Forum delle Associazioni Familiari, per le famiglie italiane il carico fiscale è aumentato dal 2015 di 0,3 punti percentuali passando da 16,2% a 16,5%. Alla faccia dell’Italia col segno “più”, oserebbe dire qualcuno.
E così si scopre che il fisco, o chi per lui, sta procedendo a tutta velocità verso un obiettivo ben preciso: rottamare il tessuto sociale italiano e le famiglie che tanto saldamente un tempo lo rendevano solido. A dimostralo, in maniera decisamente preoccupante, sono ancora una volta i dati: -8,8% l’ammontare del reddito disponibile lordo delle famiglie nel 2015 rispetto al 2008. E i dati, si sa, parlano chiaro.
Più colpite le regioni del Nord, ovvero quelle maggiormente industrializzate, dove hanno pesato la perdita dei posti di lavoro, ma anche al centro e al sud la situazione resta preoccupante, con la riduzione del reddito disponibile delle famiglie italiane del 4,1% nel Nord-Ovest, del 3,4% nel Nord-Est, dell’1,8% al Centro e dell’1,2% nel Mezzogiorno.
Eppure in un Paese come il nostro, dove “Spending review” e “sacrificio” sono diventati termini oramai abituali, letti e sentiti in ogni dove, il taglio del reddito e del potere d’acquisto all’interno delle famiglie è stato avvertito con estrema leggerezza; quasi fosse del tutto normale e comprensibile.
Ma l’impoverimento delle famiglie e l’aumento del lavoro femminile, centrale nell’analisi sulla condizione della donna-madre, rendono il tema ancor più delicato. Già, perché il peggioramento delle condizioni socio-economiche delle famiglie ha reso urgente non solo il ripristino delle politiche volte alla natalità (mai così in basso dal dopoguerra), ma anche la reintroduzione di politiche volte, una volta per tutte, alla famiglia e alle donne.
Investire su welfare pubblico, asili e servizi alla maternità, oltre che sulla natalità (il primo in questo senso fu Berlusconi con il bonus bebè) dovranno essere gli obiettivi prossimi dell’agenda Governativa futura. A questo il Movimento Cinque Stelle ci sta già pensando da tempo, nonostante  il tema sia diventato sempre più sentito e diffuso, oltre che tra l’opinione pubblica, anche tra le varie parti politiche.
di Giuseppe Papalia