2018: il sistema internazionale raggiungerà il sovraccarico?

Il 2017 è volto al termine, inaugurando il biennio che rivoluzionerà gli assetti globali. Nel corso dell’anno appena trascorso il sistema internazionale vigente, il cosiddetto “ordine liberale”, si è ulteriormente deteriorato: la sconfitta occidentale in Siria, il progressivo scivolamento della Turchia nell’orbita russa, la debacle elettorale subita da Angela Merkel e gli scossoni in Arabia Saudita ne sono esempi ecclatanti. In parallelo sono aumentate le frizioni tra il blocco atlantico e quello euroasiatico: nella penisola coreana soffiano venti di guerra e l’Ucraina rischia di essere teatro di nuove violenze, dopo la decisione americana di fornire armi letali. Il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali sarà l’innesco di un terremoto finanziario che precederà/accompagnerà la deflagrazione del sistema internazionale.

2018-2019, i due anni che decideranno il XXI secolo

Terminato il 2017, è giunto il momento di tirare le somme dei dodici mesi appena trascorsi e, ancora più importante, cercare di anticipare cosa riserverà il 2018. Iniziamo col dire l’anno appena trascorso, da noi battezzato “l’anno della frattura” quando era ancora in fasce, non ha deluso le aspettative: se qualcuno non coglie le scosse sismiche che stanno attraversando il mondo, è soltanto a causa della loro frequenza, così alta da farle passare quasi inosservate a causa della progressiva assuefazione. “How Japan is preparing for a nuclear attack” è un titolo del Financial Times dello scorso maggio1, non il taglio alto di un tabloid-spazzatura come The Sun.
Rispetto alle nostre previsioni formulate nel gennaio del 2017, e mantenute costantemente inalterate per fedeltà all’impianto analitico (anche quando, tra il primo ed il secondo turno delle presidenziali francesi, sarebbe stato necessario modificarle), l’unico “errore” è stata la mancata elezione di Marine Le Pen: del resto, anche qualora la candidata “populista” avesse intravisto la vittoria, si sarebbe trovato il modo di aggiustare il risultato, tale era la pressione per insediare all’Eliseo l’ex-Rothschild Emmanuel Macron.
Diversamente, tutto è proceduto come era facilmente prevedibile: l’ordine mondiale “liberale”, l’assetto uscito dall’ultimo dopoguerra e rafforzatosi nel 1989, basato sulla UE/NATO, sulla globalizzazione, e sull’indiscussa egemonia angloamericana, ha accelerato il proprio processo di dissoluzione che, per comodità, si fa iniziare con la bancarotta di Lehman Brothers (settembre 2008). Se paragonassimo la situazione internazionale ad un aereo, potremmo dire che dieci anni fa i motori si sono fermati e, anno dopo anno, il velivolo sta perdendo quota, avvicinandosi ad un impatto che si preannuncia molto brusco. Non sarebbe eccessivo definirlo di proporzioni “epiche”: sta, infatti, per volgere al termine l’egemonia angloamericana che, sommando la “pax britannica” alla “pax americana”, è durata circa tre secoli.
La gravità del momento è testimoniata dalle fratture dentro lo stesso establishment atlantico, emerse chiaramente nel corso del 2016 con il duplice “choc” della Brexit e l’elezione di Donald Trump.
La fazione “liberal”, preponderante e inserita nei gangli nevralgici del sistema euro-atlantico (media, ONU, Vaticano, Unione Europea), prediligeva il mantenimento dello status quo,blindando l’Unione Europea e contenendo la Russia e la Cina, con un misto di sanzioni, diplomazia e accerchiamento militare. La fazione “nazionalista”, salita al potere con Donald Trump, si prefigge invece di salvaguardare l’egemonia atlantica sbarazzandosi di orpelli ritenuti ormai inutili (UE e ONU) ed alimentando i nazionalismi regionali (Giappone, Polonia, Ucraina, etc.) utili ai propri obiettivi. Il piano “kissingeriano” di Donald Trump, separare la Russia dalla Cina, cooptando la prima nell’orbita occidentale, può dirsi già abortito. Ne sono una prova il recente piano strategico per la sicurezza nazionale, dove sia Mosca che Pechino sono indicate come una minaccia all’egemonia statunitense2, ed il riaccendersi  quasi concomitante delle tensioni tra Stati Uniti, la Russia (invio dei missili anticarro Javelin all’Ucraina3) e la Cina (accusata dalla Casa Bianca di fornire greggio alla Nord Corea4). La decisione di Vladimir Putin di ripresentarsi alle presidenziali del 2018, anziché lanciare un segnale “distensivo” ritirandosi dalla scena politica, conferma che al Cremlino non c’è alcuna fiducia nell’interlocutore americano.
Le faide interne all’establishment atlantico (il “Russiagate” ha scandito tutto il 2017), accompagnano così l’ineluttabile processo di dissoluzione dell’ordine liberale. Sotto questo aspetto, le tappe più salienti degli ultimi dodici mesi sono state (in ordine di rilevanza):

La presa delle potenze marittime sulla massa euro-asiatica si è, in sostanza, ulteriormente ridotta nel corso del 2017; parallelamente è aumentata l’influenza di Mosca (vittoria militare in Siria e triangolo russo-turco-iraniano) e di Pechino (sviluppo della Nuova Via della Seta, ostacolato, dove possibile, con azioni simili alla “crisi umanitaria dei Rohingya” in Birmania). L’intensificarsi del secolare scontro tra “terra e mare” ha così provocato l’accumularsi di dense e nere nubi, foriere di guerra: è il dramma del nucleare nordcoreano, dove le bombe atomiche (sviluppate da Pyongyang per evitare scenari à la Libia o à la Siria) rivestono un ruolo secondario. Nel mirino degli angloamericani non c’è tanto il regime di Kim Jong-un, quanto i due giganti continentali retrostanti (Cina e Russia), considerati una minaccia tale da lasciare che il Giappone si riarmi impetuosamente7.
Arriviamo così al 2018, durante cui è probabile che il sistema internazionale si avvicini pericolosamente o, addirittura, raggiunga il sovraccarico.
Come è ben visibile nel grafico sottostante, l’erosione della potenza atlantica di questo ultimo decennio è avvenuta nonostante le quattro maggiori banche centrali del blocco atlantico (FED, BOE, BCE, BOJ) abbiano schiacciato, per la prima volta della storia, il tasso di risconto a zero: mari di liquidità si sono riversati nei mercati finanziari, alimentando l’illusione di una potenza economica e di un benessere che non hanno più riscontri nella realtà. L’impero angloamericano si basa ormai su un enorme bluff: le borse hanno toccato nel 2017 nuovi record, accompagnate però dall’esplosione del debito pubblico e dal costante calo del tasso di partecipazione alla forza lavoro.
Che succederebbe se, nel corso del 2018, le banche centrali dovessero effettivamente rialzare i tassi, dopo un decennio di stimoli monetari? La liquidità, ripetendo il copione già sperimentato nel 1929 e nel 2008, defluirebbe dalle azioni, dalle obbligazioni, dalla periferia dell’eurozona: le borse si avviterebbero, gli interessi pagati sui debiti pubblici schizzerebbero alle stelle, la moneta unica imploderebbe, trascinando con sé l’Unione Europea. L’ordine “liberale” tramonterebbe definitivamente, travolto da una crisi economica e finanziaria senza precedenti (già si parla di adottare tassi negativi, come extrema ratio per rianimare i circuiti finanziari).
È plausibile che l’impero atlantico accetti di essere archiviato  pacificamente come fece l’Unione Sovietica di Mikhail Gorbachev? È credibile che, per la prima volta della storia, la potenza egemone in decadenza accetti di abdicare senza prima sfidare in campo aperto lo sfidante emergente? È possibile la transizione da un ordine atlantico ad uno euroasiaticosenza un intermezzo bellico?
Sono quesiti cui risponderà il biennio 2018-2019: il rialzo dei tassi d’interesse imprimerà ulteriore velocità alla storia.