Arcese Trasporti rassicura: "Nessun licenziamento"

Il trasferimento della sede legale da Arco di Trento ad altro sito di Arcese Trasporti riguarda solo ed esclusivamente aspetti di carattere legale. Tale trasferimento è privo di qualsiasi impatto occupazionale, rispetto alla forza lavoro operativa in Trentino Alto Adige che l’azienda considera un asset strategico e da salvaguardare.
Quindi non corrispondono al vero le notizie apparse sulla stampa in riferimento a presunti cali dei livelli occupazionali in Trentino.
SENTENZA TRIBUNALE DI ROVERETO
Le perplessità sollevate derivano dalla perfetta buona fede dell’Azienda che ha gestito le crisi degli anni passati con percorsi condivisi con OO.SS., Territorio e Ministeri; che venga condannata un’Azienda che offre ricollocamenti per evitare perdite di posti di lavoro suscita in chi fa Impresa legittimi stupori che la Proprietà si è sentita di esternare in modo trasparente, venendo a mancare in questo modo risorse economiche per lo sviluppo dell’Azienda stessa.
CONTRIBUTI PROVINCIALI
Arcese non percepisce contributi provinciali a fondo perduto da oltre vent’anni; contribuiti a cui tutte le aziende Trentine hanno potuto avere accesso in passato, e che di conseguenza non hanno costituito un trattamento di favore riservato ad Arcese.
Il lease back in particolare ha rappresentato una operazione economica, garantita peraltro da un asset immobiliare, per la quale Arcese sta rimborsando – e continuerà a farlo.
PIU’ NEL DETTAGLIO…
Più nel dettaglio vogliamo di seguito entrare negli aspetti specifici della causa che ha visto il Giudice rigettare la richiesta principale di reintegra dei ricorrenti, confermando la cessazione dei rapporti di lavoro e condannando l’Azienda – in via subordinata – al pagamento di una indennità pari a 20 mensilità per ciascun lavoratore.
Arcese non è ovviamente soddisfatta dell’esito di tale sentenza, ma vanno sottolineati in maniera oggettiva alcuni dati che sono stati completamente stravolti dalle ricostruzioni apparse nei giorni scorsi sugli organi di stampa.
Partendo con ordine: la causa si riferisce ad una crisi annunciata alle OO.SS. ed alle RSU a settembre 2014 riferita a 120 esuberi; gli incontri richiesti presso il Ministero dello Sviluppo Economico e la gestione di tali esuberi con il contributo delle OO.SS. e delle RSU hanno portato tale numero a scendere a 88 esuberi negli incontri avuti a Roma nel mese di novembre per poi arrivare a Dicembre (sempre su sollecitazione del MISE e delle parti sociali) a concordare su un numero di esuberi pari a 73 da riassorbire completamente all’interno
dell’Azienda. Successivamente alla procedura di mobilità aperta a dicembre e a fronte di lunghissime trattative si è infine arrivati ad un numero di esuberi pari a 66 nell’accordo ministeriale di febbraio 2015, esuberi che si sono ulteriormente ridotti a 49 a luglio 2015. Tale progressiva riduzione del numero degli esuberi è stata resa possibile sia perché sono stati accettati alcuni dei ricollocamenti interni offerti dall’Azienda, sia perché alcuni autisti hanno usufruito della possibilità di una uscita volontaria con incentivazione all’esodo.
Delle 49 persone licenziate a luglio 2015, che hanno tutte presentato ricorso, 20 si sono accordate con l’Azienda prima della conclusione della prima fase processuale, accettando la chiusura del rapporto di lavoro a fronte dell’erogazione di un incentivo all’esodo, uscendo definitivamente dalla causa; l’ordinanza del Giudice ha pertanto riguardato 29 persone.
L’impugnazione del licenziamento era diretta in via principale a richiedere la reintegra in servizio, servizio che è stato ridimensionato seguendo le linee guida della Comunità Europea – attraverso la riduzione del numero dei mezzi – a fronte di una strategia imprenditoriale che ha privilegiato il trasporto misto gomma- rotaia rispetto a quello su gomma, più efficace e rispettoso dell’ambiente; la reintegra quindi è stata una richiesta palesemente strumentale e politica poiché in due diverse date (marzo e luglio 2015) a tutte le persone interessate era stata offerta una ricollocazione interna a parità di salario, poiché era stato ribadito chiaramente che la flotta sarebbe stata ridimensionata e pertanto non essendoci più camion in numero sufficiente il personale avrebbe dovuto essere ricollocato in altre mansioni.
La richiesta di reintegra sarebbe stata del tutto inutile se i ricollocamenti interni fossero stati accettati, ma i ricorrenti hanno più volte voluto affermare per via giudiziaria il diritto di decidere dove lavorare e quali strategie dovesse seguire l’Azienda ovviamente senza guardare alla sostenibilità di tali decisioni; la sentenza dice chiaramente – ed è quindi processualmente acclarato – che le tesi fantasiose per cui Arcese avrebbe delocalizzato, o avuto soldi pubblici illegittimamente, sono completamente al di fuori di questa causa, e anzi è stato provato il contrario. Ovviamente i passi della sentenza relativi a questi aspetti sono stati opportunamente sottaciuti nelle ricostruzioni fin qui apparse.
La ricostruzione offerta da alcuni articoli di stampa del ruolo dei Cobas è un capolavoro: tutti i passaggi sindacali, da ottobre 2014 per finire a febbraio 2015 con l’accordo ministeriale che sanciva i licenziamenti nonchè tutti i passaggi intermedi, sono stati sempre condivisi con le OO.SS. Nazionali e con la RSU che nel caso specifico era a maggioranza Cobas (con i coordinatori esterni dei Cobas che , presenti a Roma in occasione dell’accordo, erano in costante contatto telefonico con la loro delegazione RSU). L’impugnazione del licenziamento che è stata, da subito, supportata dai Cobas è quindi un disconoscimento esplicito della loro stessa attività all’interno delle RSU.
Altra cosa che Arcese ritiene non corrispondere a verità – e farà ovviamente le proprie osservazioni di merito – riguarda l’incompletezza e l’enfatizzazione delle informazioni riguardanti lo stato di salute dell’Azienda: le innumerevoli riunioni, sindacali e tecniche, effettuate in quei mesi hanno permesso a tutte le legittime controparti (OO.SS e RSU, quindi Cobas compresi) di conoscere il contesto generale, i numeri di dettaglio, chiedere approfondimenti, proporre soluzioni, cosa che è effettivamente avvenuta: le prime riunioni parlavano di parziali ricollocamenti esterni, poi trasformati in un insieme di ricollocamenti interni ed esterni per poi arrivare a proporre solamente ricollocamenti interni ad Arcese: ricollocamenti rifiutati poi da tutti i ricorrenti.
Per motivare l’insoddisfazione dell’Azienda rispetto alla sentenza ed alle sue motivazioni è bene ricordare che le informazioni che sono state ritenute insufficienti in questa causa sono in realtà già passate al vaglio di un controllo Ministeriale estremamente dettagliato che non ha riguardato solo i quesiti oggetto della CTU, ma ha preso in considerazione una mole di dati molto più ampia: tale controllo ha riscontrato la completa fondatezza delle informazioni rese nella procedura di mobilità.
Questo per riaffermare che Arcese non si sottrae alla legalità ed alla giustizia ma che in questo caso è lecito e comprensibile rimanere perplessi di fronte a due orientamenti di segno opposto. Queste perplessità vengono da lontano: il percorso della cassa integrazione, sfociato poi nella mobilità, ha avuto passaggi che hanno pesato in maniera determinante. Uno su tutti quando Arcese è statta condannata ad assumere a tempo indeterminato quasi 90 contratti a tempo determinato, caso più unico che raro in Italia, a fronte di quello che era – nella sostanza sicuramente – un reale e legittimo ricorso a contratti di durata limitata.
Tornando al presente e sempre guardando alla sostanza siamo in presenza di uno dei pochi casi in Italia in cui, a fronte della prospettazione di un ottimo risultato che avrebbe salvaguardato in toto l’occupazione, ci si è invece avviati a far causa ad una Azienda che ha dato poi dimostrazione nei fatti di non voler strumentalizzare alcuna crisi: il periodo di grave insicurezza del comparto FTL è infatti alle spalle anche e soprattutto per merito di quella riorganizzazione che viene contestata.
A cosa abbiamo assistito quindi? A una causa che:
è stata proposta e supportata dalle stesse persone che hanno partecipato a tutte le fasi di questa crisi e hanno firmato l’accordo ministeriale sui licenziamenti (RSU/Cobas)
si proponeva una reintegra quando erano già stati offerti ricollocamenti per tutti ha avuto come esito un vantaggio economico per i lavoratori del tutto simile a quello che avrebbero percepito accettando gli incentivi proposti dall’Azienda.
Questa la cosiddetta vittoria sbandierata nei comunicati stampa dove leggiamo, con preoccupazione, che “la lotta contro Arcese non finisce qui”. Quasi l’Azienda fosse un corpo estraneo, una mucca da mungere o un cancro da estirpare, invece che un robusto cavallo che trascina il pesante fardello del fare impresa.
In ultimo quando poi si parla – a sproposito – di licenziamenti di massa, bisognerebbe ricordare che quel licenziamento collettivo, che è arrivato a seguito di un percorso condiviso con OO.SS., Ministero e Territorio durato ben 5 anni e portato avanti senza fare macelleria sociale, ha riguardato una percentuale del 4% se paragonata all’organico italiano di Arcese; d’altronde se questo è stato un licenziamento “di massa”, dal 2015 al 2018 , Arcese ha fatto assunzioni ben più “di massa” per un totale di 259 persone, di cui 80 nel solo Trentino, ma certo sono assunzioni fatte in silenzio, lavorando tanto e parlando poco come nella tradizione dell’Azienda.
Riguardo agli accordi con la Provincia è incredibile leggere ancora sulla stampa di presunte irregolarità o favori ricevuti quando è noto e verificabile che Arcese non percepisce da anni contributi pubblici, non ne ha mai ricevuti in misura maggiore rispetto alle leggi e che riguardo al lease back – che non è un contributo a fondo perduto ma un finanziamento a tassi agevolati – Arcese ha sempre restituito puntualmente – e continuerà a farlo – quanto percepito.
Non deve destare preoccupazione nei dipendenti invece l’affermazione del Presidente di AT, Matteo Arcese, riferita allo spostamento della sede legale: l’Azienda conferma che riguardo all’organico trentino nulla cambia, men che meno la fiducia sulla professionalità delle risorse locali e l’impegno per una continuità occupazionale.