La Corea è sempre più simile alla Bosnia Erzegovina del 1914

Le Olimpiadi invernali in programma in Corea del Sud hanno stemperato la tensione internazionale, producendo una momentanea riconciliazione tra le due Coree: difficile, però, che riescano a ricomporre gli interessi divergenti delle super-potenze. L’atomica nordcoreana assomiglia sempre più alla Bosnia Erzegovina del 1914: una questione marginale rispetto ai grandi squilibri del sistema internazionale, dove gli USA, in conclamato declino, sentono la loro egemonia mondiale minacciata dalla Cina emergente. Nel 2018, è concreto il rischio che il duello sino-americano si allarghi dal piano economico-finanziario a quello militare: l’attacco alla Nord Corea sarebbe l’estremo tentativo statunitense di ribadire la loro supremazia.

“Non temiate le difficoltà né la morte”

Già nell’antichità vigeva la cosiddetta “tregua olimpica”: i greci sospendevano momentaneamente le ostilità per partecipare ai giochi panellenici, considerati un collante tra le diverse comunità. Anche le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, fissate per il 9 febbraio 2018, hanno sortito l’effetto di stemperare la tensione internazionale: le due Coree sfileranno (non per la prima volta) sotto un’unica bandiera, accantonando la retorica militarista di questi ultimi mesi.
Si tratta, però, di una semplice tregua, superata la quale le potenze riprenderanno il braccio di ferro incentrato sulla penisola coreana: il nucleare nordcoreano (sviluppato per fini puramente difensivi) è infatti sempre più il pretesto per misurare i rapporti di forza internazionali. Riallacciandosi all’antichità, il nucleare coreano è simile alle questioni marginali che portarono allo scoppio della guerra tra Atene o Sparta o, per fare un esempio più recente, alla periferica Bosnia-Erzegovina da cui scaturì la Prima Guerra Mondiale: si tratta di semplici pretesti, la cui funzione è quella di servire da innesco ad una “guerra d’egemonia” che riequilibri il sistema internazionale. Nella fattispecie gli USA, potenza egemone in declino, stanno adoperando la Nord Corea per tentare di “rimettere in riga” la Cina, sfidante emergente e candidata ad essere il fulcro del prossimo sistema internazionale.
Se l’ordine euro-atlantico è in oggettiva crisi (disgregazione della UE/NATO, perdita d’influenza in Africa, Medio Oriente ed Estremo Oriente), la Cina, attraverso la “Nuova via della Seta”, sta gettando, anno dopo anno, le basi per una “pax sinica” incentrata sul continente euro-asiatico. Se le finanze e l’economia degli USA arrancano, vivendo ormai solo più a debito, la Cina gode di un tale surplus di risparmio da inondare il mondo di investimenti. Se la supremazia tecnologica aveva consentito agli USA di esaurire l’URSS, oggi la Cina si può dire sullo stesso piano degli americani e, in alcuni settori, come i treni ad alta velocità, in netto vantaggio. Se il dollaro, sinora moneta di riserva per eccellenza e quindi “esportabile” a volontà dalla FED, è sempre più in crisi, lo yuan cinese sta velocemente conquistando terreno in tutto il globo: si commercia in yuan il petrolio iraniano1, si regolano in yuan gli scambi tra Pechino ed un crescente numero di Paesi centro ed est-asiatici, si inseriscono gli yuan nelle riserve della prestigiosa Bundesbank2.
La traiettoria dei rapporti sino-americani è inequivocabile.
Fallito, a differenza dei Paesi dell’orbita sovietica, il cambio di regime del 1989 (repressione della rivoluzione colorata di Piazza Tienanmen), gli USA scelgono di cooptare la Cina nel “nuovo ordine mondiale” nonostante questa conservi un monolitico e centralizzato partito “comunista”: nel suo “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives”, edito nel 1997, Zbigniew Brzezinski definisce la Cina come “il naturale alleato” degli USA sul continente asiatico. Sotto l’amministrazione Clinton (1993-2001), la Cina è quindi cooptata nel WTO e fiorisce il circuito “debito americano in cambio di merci cinesi”.
L’amministrazione Bush (2001-2009), totalmente assorbita dal Medio Oriente, non altera la precedente impostazione e gli scambi tra i due Paesi crescono di volume: unico neo, la cattura di un aereo spia americano EP-3 nell’aprile 2001. Durante l’amministrazione Obama(2009-2017), il registro progressivamente cambia: si inizia col “G-2”, una spartizione del mondo tra gli alleati Cina ed USA, e si termina col “pivot to Asia”, mirante ad accerchiare e contenere la Cina con una serie di alleanze economico-militari. Nel frattempo, le potenze marittime adottano contro Pechino i soliti strumenti della guerra ibrida: tentativi di rivoluzione colorata ad Hong Kong, assalti speculativi alla borsa cinese, insurrezioni islamiste nello Xinjiang.
L’attacco simultaneo alla Cina ed alla Russia (colpo di Stato in Ucraina, annessione della Crimea e correlate sanzioni) produce l’effetto collaterale di avvicinare le due potenze continentali, materializzando lo spettro del “blocco euroasiatico”, da sempre aborrito dagli strateghi angloamericani. La cooperazione dentro la “Shanghai Cooperation Organisation” si intensifica e tra i due Paesi cominciano a correre ferrovie, oleodotti e metanodotti, aumento la resilienza di Mosca e Pechino al classico “strangolamento dell’anaconda” con cui gli angloamericani liquidano da sempre i nemici.
L’amministrazione Trump (gennaio 2017) si propone, almeno sulla carta, di incunearsi tra la Russia e la Cina, rispolverando la vecchia dottrina di Kissinger: considerati i mutati rapporti di forza, questa volta dovrebbe essere la Russia ad essere attratta nell’orbita americana, così da poter essere utilizzata contro la Cina3. La strategia, però, non trova alcuna attuazione concreta: ampi settori dell’establishment liberal si oppongono a qualsiasi accomodamento con Mosca (vedi Russiagate) e, soprattutto, le dinamiche storiche rendono ormai il blocco euroasiatico (cui va aggiunto anche l’Iran, teatro a inizio anno di un tentativo di rivoluzione colorata) infrangibile. È significativo che nel documento sulla “Strategia di Sicurezza Nazionale”, pubblicato lo scorso dicembre4, la Casa Bianca abbia individuato sia la Russia (citata 17 volte) che la Cina (citata 23 volte) come minacce alla “sicurezza ed alla prosperità americana”. Leggendo il testo, emerge la visione di una potenza egemone che sente pericolosamente erodere il proprio vantaggio militare ed economico sugli sfidanti.
Subentrando il secondo anno di presidenza, la sfida di Trump alla Cina entrerà nel vivo. Si può prospettare, in ossequio alla dottrina nazionalista-protezionista dell’America first, un braccio di ferro economico, di cui già si percepiscono le prime avvisaglie in questi giorni5: la volontà americana di porre un freno all’export cinese è, peraltro, controbilanciata dalla parallela freddezza cinese nei confronti del debito pubblico americano. Pechino ha ormai rallentato da tempo l’acquisto di buoni del Tesoro americano, iniziando addirittura a ridurre la sua esposizione6: ancora più spietate sono state le agenzie di rating cinesi che, di fronte alla riforma fiscale a deficit di Trump, hanno declassato il debito americano al livello BBB+, ben al di sotto della tripla A assegnata da Fitch and Moody’s7.
Un quesito, tornando alla Corea del Nord, è però pressante: il braccio di ferro sino-americano rimarrà circoscritto sul piano economico o esonderà in quello militare, sfociando in guerra aperta?
Attenendosi ai semplici fatti, è ormai chiaro che i vertici cinesi considerino plausibile uno sbocco bellico. Il presidente Xi Jinping, in occasione del Congresso del Partito Comunista dello scorso ottobre, ha rafforzato la propria presa sull’apparato politico-militare: ottenendo che il suo nome fosse inserito nella costituzione8, si è eretto a capo indiscusso della Cina, dotandosi dei poteri illimitati di un vero comandante supremo9, analoghi a quelli di Mao Zedong . La retorica militarista si sta anche intensificando (Xi Jinping ha recente pronunciato un acceso discorso davanti alle truppe, esortandole a non temere “né le difficoltà, né la morte”10) e, soprattutto, come si legge sulla stampa cinese filo-governativa11,le più alte sfere delle forze armate ritengono la deflagrazione in Nord Corea probabile ed addirittura imminente.
Sul versante americano non si è fatto nulla, in questo primissimo scorcio del 2018, per allentare la tensione internazionale: anzi, Washington ha agito nella direzione opposta. Il 16 gennaio si è riunito a Vancouver, Canada, il vertice degli alleati che combatterono la guerra del 1950-3 (USA, GB, Francia, India, Giappone, etc.), scatenando le immediate proteste di Russia e Cina, inducendo quest’ultima a parlare di “mentalità da guerra fredda”. Il 14 gennaio, il New York Times ha scritto di preparativi in corso per una possibile azione militare contro la Nord Corea: “Military Quietly Prepares for a Last Resort: War With North Korea”. Nella base di Guam sono stati dislocati nei primi giorni di gennaio i bombardieri B-52 e B-212. I ripetuti “falsi” allarmi missilistici (13 gennaio alle isole Hawaii e 16 gennaio in Giappone) hanno saggiato la reazione della popolazione ad un possibile bombardamento.
L’attacco americano alla Nord Corea non mirerebbe al regime di Pyongyang, né al suo arsenale atomico: essendo la classe dirigente nordcoreana perfettamente razionale, mai userebbe le testate nucleari per fini offensivi. A Washington ne sono consapevoli. Un attacco a Pyongyang mirerebbe alla potenza continentale retrostante, la Cina, e punterebbe a ribadire la subalternità di Pechino a Washington. Come le dispute marginali tra ateniesi e spartani o la Bosnia-Erzegovina del 1914, la piccola Nord Corea sarebbe così un pretesto per regolare i conti all’interno di un sistema internazionale sempre più squilibrato, dove gli USA godono di una posizione ormai troppo privilegiata rispetto alla loro forza reale: la guerra in Nord Corea, esondando presto dalla penisola coreana ed allargandosi ad altri fronti, assumerebbe così le caratteristiche della classica “guerra d’egemonia”. Simile a quella del 1914-18 o a quella del 1939-45.
Ci si potrebbe domandare ancora: perché proprio ora? Perché nel 2018? Perché sotto l’amministrazione Trump? La risposta, come abbiamo spesso sottolineato nelle nostre analisi, va cercata nell’imminente fine di quella politica monetaria ultra-espansiva che, nel bene e nel male, ha consentito al blocco euro-atlantico di superare il tormentato decennio 2008-2018.