Piccola cronistoria di questi cinque anni di Partito Democratico

Dopo cinque anni di legislatura, si conclude il lustro targato Partito Democratico in cui si sono succeduti tre governi di centrosinistra (quattro, se si conta la brevissima perlustrazione di Pierluigi Bersani nominato dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). In questi cinque anni il Partito Democratico ha continuato a vacillare da un governo all’altro imbarcando pezzi di coloro che alle elezioni del 2013 si erano presentati come gli oppositori (si ricordi il Patto del Nazareno con Berlusconi e l’appoggio di Alfano e Verdini), visto che avevano “non vinto”, come affermato da Bersani stesso subito dopo le elezioni. Tuttavia in questi cinque anni il Pd ha fatto delle istituzioni di tutti la propria fortezza, eludendo la discussione parlamentare tra ghigliottine e innumerevoli voti di fiducia.
 
Ecco una piccola cronistoria di questi cinque anni di Pd al governo del Paese:
24-25 febbraio 2013: elezioni politiche con la “non vittoria” del PD.
16 marzo 2013: si eleggono i Presidenti di Camera e Senato. Siccome il Pd non ha maggioranza al Senato, propone nomi dalla società civile. Il risultato è l’elezione di due parlamentari al loro primo mandato, Pietro Grasso al Senato e Laura Boldrini alla Camera – fatto inedito in 70 anni di Repubblica.
22 marzo 2013: il Presidente della Repubblica Napolitano (del Pd) affida a Bersani (leader del Pd che ha la maggioranza solo alla Camera) un inedito mandato “a metà”, cioè solo per verificare se c’è una maggioranza anche al Senato. Ovviamente, essendo un mandato non pieno, Bersani si appresta a elemosinare appoggi da ogni dove, senza successo. Attenzione, non ha chiesto alle altre forze politiche di governare insieme e condividere il programma, ma semplicemente i voti necessari alla nascita del suo governo mai nato.
20 aprile 2013: dopo che il Pd candida Prodi, presidente del Pd, e che Prodi viene trombato da un centinaio di tiratori franchi del Pd, si procede a un’inedita e irrituale rielezione di Napolitano, che rimane al Quirinale quasi altri due anni.
27 aprile 2013: nasce il Governo Letta.
30 agosto 2013: Napolitano nomina 4 senatori a vita di area, probabilmente per rafforzare il Governo al Senato, dove per tutta la legislatura la maggioranza vacilla.
13 febbraio 2014: il Governo Letta (del Pd) viene sfiduciato dalla Direzione Nazionale del Pd perché il nuovo leader del Pd, Matteo Renzi, diventi anche Presidente del Consiglio.
22 febbraio 2014: nasce il Governo Renzi.
1 novembre 2014: col rinnovo delle istituzioni europee, il posto di Alto Rappresentante spetta all’Italia. Pare che in Europa gradiscano Enrico Letta, ma Renzi non ci sta e ci nomina la semisconosciuta Federica Mogherini, esperta in rapporti esteri con gli USA,  Presidente della Delegazione parlamentare presso l’Ap della NATO e laureata in storia politica della religione islamica, rinunciando al Ministero degli Esteri e lasciando il posto di Ministro a Gentiloni (ex prodiano) – nomina ricevuta il 22 febbraio proprio da Renzi.
31 gennaio 2015: elezione di  Sergio Mattarella (del Partito Democratico) a Presidente della Repubblica.
20 gennaio 2016: Renzi nomina Carlo Calenda già sdoganato nei due precedenti ministeri, come Rappresentante presso l’Ue, con una forzatura istituzionale dal momento che l’incarico è solitamente riservato a un diplomatico, mentre Calenda è un politico, che ha in mano la situazione piano emigranti e dazi Cina, guarda caso iscritto al PD. Messo in Europa bypassando il concorso (come accadde con Saragat) figlio del Made in Italy, di quelli che imitano le mediazioni economiche all’inglese, ha in testa il piano banche e si fa “passare” fingendosi contro il sistema, affrontando la questione Junker. Ma il gioco dura poco, molto poco!
10 maggio 2016: appena quattro mesi dopo Calenda viene nominato da Renzi, che lo ereditò tuttavia da Letta, Ministro dello Sviluppo Economico, per occuparsi del Patto di Stablilità, lasciando il posto a Bruxelles appunto a un diplomatico. Finiscono qui le cronistorie del PD alla Renzi, che inizia la personale promozione “a reti unificate” referendaria in tandem con Boschi. Finisce la danza delle pedine.
5 dicembre 2016: Matteo Renzi si dimette da Premier in seguito alla sconfitta sul referendum di riforma costituzionale scritta e promossa dal Pd, affermando che avrebbe lasciato la politica (promessa poi non mantenuta).
12 dicembre 2016: nasce il Governo Gentiloni, praticamente con lo stesso organico di quello precedente di Renzi. Tra i cambiamenti, l’ex-Ministro per le riforme costituzionali Maria Elena Boschi (del Pd) degradata a Sottosegretario – anche se anch’ella aveva promesso di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum del 4 dicembre – e il Ministero dell’Istruzione a Valeria Fedeli (non laureata).
25 gennaio 2017: la Consulta dichiara incostituzionale la legge elettorale approvata nel 2015 dal Pd (l’Italicum), chiedendo pure la fiducia. Il governo Pd scrive in fretta e in furia una nuova legge elettorale con gli stessi tratti incostituzionali riscontrati nell’Italicum).
Se il problema di incostituzionalità fosse stata “solo” la legge ….