La retrocessione dell'Amburgo: quando l'orgoglio non basta

12 maggio 2018. Una data che cambierà la storia del calcio tedesco: l’Amburgo, dopo quasi 55 anni retrocede per la prima volta in Zweite Bundesliga. Si è così fermato il famoso orologio del Volksparkstadion, che segnava lo scorrere inesorabile del tempo dal primo attimo di Bundesliga della squadra amburghese.
Una retrocessione salutata con tumulti, petardi e fumogeni, una tifoseria che ha storicamente imparato a soffrire e a lottare, talvolta gioendo e talvolta subendo, ma tirando sempre fuori il minimo sindacale che li rendeva, almeno sotto questo punto di vista, superiori anche al titolatissimo Bayern.
Con l’Amburgo scendono in B tedesca 6 scudetti, 3 Coppe di Germania, 1 Coppa delle Coppe ma soprattutto una Coppa dei Campioni, vinta ai danni della Juventus nel 1983. Un gol di Felix Magath, divenuto poi allenatore capace di vincere la Bundesliga con il Wolfsburg nel 2009. E proprio il Wolfsburg ha ieri condannato l’Amburgo, vincendo 4-1 contro il già retrocesso Colonia, rendendo inutile la vittoria per 2-1 degli anseatici sul Borussia M’gladbach.
Ciò che però conta, ammesso che qualcosa in questa storia possa ancora contare dopo lo stop di quell’orologio che per Amburgo – quartiere di San Pauli escluso – era una sorta di monumento nazionale, è che nella storia calcistica i veterani ci siano entrati di diritto. L’evento terribile della retrocessione porterà a raccontare ancora e ancora e ancora la storia di una squadra che riuscì a non retrocedere per 55 anni. E che retrocesse nonostante abbia fatto 12 punti nelle ultime 6 gare del campionato. Ciò che conta è che solo una sconfitta cocente, dolorosa e definitiva consegna alla storia un gruppo di invincibili.