UniTN: al via la nuova campagna per far studiare i richiedenti asilo

Si chiama “Adotta uno studente” ed è la nuova campagna che l’Ateneo lancia per dare ai richiedenti asilo politico presenti in Trentino la possibilità di iniziare o proseguire gli studi a condizioni agevolate. Il progetto, che si sviluppa nell’ambito di un protocollo d’intesa tra l’Università e la Provincia autonoma di Trento, mira a raccogliere donazioni, anche di piccolo importo, dalla comunità universitaria e, più in generale, dalla cittadinanza. Un’iniziativa nata su sollecitazione di studenti e docenti dell’Ateneo. Il progetto è stato illustrato oggi in rettorato nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta con il rettore Paolo Collini e la prorettrice alle politiche di equità e diversità, Barbara Poggio.
Destinatari delle donazioni saranno cinque studenti o studentesse – selezionati dal Cinformi e già inseriti nei progetti di accoglienza del nostro territorio – che ogni anno e fino a luglio 2021 inizieranno o proseguiranno gli studi all’Università di Trento a condizioni agevolate. Il “Progetto sperimentale per l’accoglienza in Università di richiedenti asilo politico presenti in Trentino” si sviluppa nell’ambito del protocollo d’intesa tra Ateneo e Provincia autonoma di Trento, siglato nel luglio del 2016. Al momento gli studenti inseriti nel progetto sono sette (due introdotti nell’anno accademico 2016/2017 e cinque nel 2017/2018) a cui si aggiungeranno altri cinque per il prossimo anno accademico 2018/19.
L’iniziativa “Adotta uno studente” chiama a raccolta in questo sforzo tutta la comunità accademica e quella cittadina per accompagnare questi ragazzi e ragazze verso un destino diverso. Sul portale di Ateneo, all’indirizzo http://www.unitn.it/studenti-rifugiati, si potrà effettuare la propria donazione, anche di piccolo importo, per sostenerli nelle loro piccole spese quotidiane: comperare il necessario per mangiare, per l’igiene personale, i libri o un giornale, ad esempio. L’iniziativa si è sviluppata su sollecitazione degli stessi studenti e dei docenti dell’Ateneo. Oltre che a loro, l’invito a partecipare con generosità è rivolto a tutti i cittadini, enti e aziende che hanno a cuore il futuro di persone meno fortunate.
Come verranno spesi i fondi raccolti – L’Ufficio Equità e Diversità dell’Ateneo, in quanto coordinatore del Progetto sperimentale, utilizzerà i fondi raccolti per l’acquisto di beni da destinare agli studenti e alle studentesse (es. chiavette USB o libri, o tessere per le fotocopie o simili), oppure da concedere loro a titolo di comodato gratuito (ad esempio dei PC), ovvero ai fini della erogazione di borse di studio o la stipulazione (in forma intera o compartecipata) di un contratto di locazione presso privati, nel caso in cui risulti impossibile l’accesso ai servizi offerti dall’Opera Universitaria. L’impiego delle somme raccolte sarà oggetto di rendicontazione.
Il protocollo prevede l’assegnazione tramite l’Opera Universitaria di vitto e alloggio agli studenti e alle studentesse richiedenti o titolari di protezione internazionale che hanno effettuato l’iscrizione ad un corso di studio (o a corsi singoli finalizzati all’accesso al primo anno di università). Un sostegno economico che però è vincolato dal possesso di requisiti di merito (35 crediti formativi universitari ottenuti entro due anni accademici), verificati all’inizio di ogni anno accademico. E che comunque non è sufficiente a garantire la copertura di tutti i costi necessari per una esistenza dignitosa e per il proseguimento negli studi. In particolare non è inclusa la spesa per i libri universitari, i beni di prima necessità per soddisfare le esigenze quotidiane, come ad esempio le più basilari di igiene e cura, o di alimentazione per i pasti non offerti dall’Opera Universitaria.
L’Ateneo si è reso disponibile a sostenere questi studenti e studentesse, consentendo loro la partecipazione ai progetti di collaborazione parziale di 150 ore da svolgere in Università: in cambio di piccole prestazioni presso gli uffici potranno ricevere un piccolo compenso, limitato e non continuativo, che comunque da solo non è sufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso.
«Queste persone hanno maggiori difficoltà ad organizzarsi in un sistema di vita strutturato e complesso, anche a causa delle differenze culturali e delle barriere linguistiche che con grande sforzo provano ad abbattere» spiega la prorettrice Barbara Poggio.
«Difficoltà che sono accresciute in relazione all’impegno richiesto anche per lo studio. Partendo da una situazione di svantaggio dal punto di vista scolastico, culturale e sociale viene richiesto loro un sacrificio maggiore rispetto agli altri studenti. Questa situazione rende difficile immaginare per queste persone un’attività lavorativa continuativa, idonea ad ottenere l’autosufficienza con gli impegni di studio che comportano la frequenza dei corsi e la preparazione degli esami universitari. Alcuni studenti hanno, infatti, provato a svolgere attività lavorativa al di fuori dell’Università ma ciò ha compromesso, in alcuni casi in maniera irreparabile, gli studi. Abbiamo invece riscontrato che laddove sussiste una minima tranquillità economica, e di conseguenza personale, anche il rendimento nello studio è superiore. Lo sforzo profuso nello studio ha infatti permesso ad alcuni di loro di ottenere risultati significativi, anche in termini di votazioni conseguite».