"Morto Sergio Marchionne. Addio al manager in pullover"

Si è spento nelle ultime ore Sergio Marchionne, ex AD di FCA, gruppo aziendale comprendente i marchi FiatChryslerJeep Alfa Romeo oltre a tante altre auto di lusso come MaseratiDodge che hanno portato FCA ad essere il settimo gruppo automobilistico del mondo.
Stroncato da un tumore a soli 66 anni, Marchionne aveva lasciato la direzione di FCA il 20 luglio scorso, in seguito a delle complicazioni sorte dopo un banale intervento alla spalla. A nulla è servito il ricovero d’urgenza nella clinica svizzera dove si trovava, che già domenica 22 luglio aveva definito irreversibili le sue condizioni.
L’Italia perde così uno dei più grandi manager della sua storia imprenditoriale, un uomo capace di affrontare a petto in fuori e a testa bassa situazioni difficilissime e scelte umanamente complesse. Memorabile lo scontro tra la società diretta da Marchionne e il governo italiano sulla questione dello stabilimento di Termini Imerese.
Asprissime critiche sono piovute addosso al manager abruzzese per un atteggiamento recepito come di superiorità e talvolta di disprezzo del lavoratore. Niente di tutto questo, invece, permeava dalla sua figura. L’imprenditoria, come la vita, è fatta di scelte. E a volte si deve scegliere il male minore: tra il licenziamento di qualche dipendente per la salvaguardia dell’intera compagnia e il fallimento dell’intero gruppo, Marchionne ha saputo scegliere il male minore facendosi carico del prevedibile carico di odio che avrebbe ricevuto contro.
Non si è risparmiata contro di lui la sinistra radicale. Il quotidiano Il Manifesto gli ha dedicato la prima pagina della domenica con un freddissimo “E così FIAT“, riportando inoltre che “ha tolto diritti ai lavoratori e ha portato il gruppo via dal Paese“. Ignorando che se gli stabilimenti sono ancora aperti è proprio perché Marchionne ha spostato la sede legale fuori dall’Italia, un Paese che vede ancora troppo spesso l’impresa come una mucca dalla quale mungere tasse. Se Marchionne ha deciso di rendere FCA un’azienda olandese, il ringraziamento sarcastico va rivolto a chi governava all’epoca dei fatti. E il 12 ottobre 2014 non era certo Marchionne o la Destra a governare il nostro Paese.
Ancora peggio si è espresso Enrico Rossi, che su Facebook scrive quanto segue: “Non si deve dimenticare di Marchionne la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta negli USA, la sede legale di FCA in Olanda e quella fiscale a Londra. Infine, un certo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati“. Un autoritarismo che ha, però, consentito a FCA di muoversi con le sue gambe, svincolandosi da quella gestione che aveva fatto dell’assistenzialismo statale il suo marchio di fabbrica, nel periodo di “interregno” successivo alla morte di Gianni Agnelli.
Marchionne – continua Rossi – era un manager capace, ma poco o per nulla attento alla storia e agli interessi industriali del Paese il quale, dal canto suo, ha avuto una politica debole che sostanzialmente ha lasciato fare. In questo momento di dolore, non si deve però dimenticare la complessità e gli errori commessi e che sono stati pagati dai lavoratori e dai giovani in cerca di occupazione“. Ci saprà spiegare il governatore della Toscana quali siano questi errori, dal momento che il gruppo Fiat ha visto crescere del 1000% (sì, mille per cento) il suo valore in borsa tra il 2013 e il 2018. 

Le parole migliori per salutare Marchionne, un manager che forse non sapeva parlare e non sapeva presentarsi, con i suoi maglioni poco “chic”, ma sicuramente sapeva fare, le ha spese John Elkann.
Il testo della lettera inviata a tutti i dipendenti al momento dell’addio di Marchionne a FCA è infatti semplicemente toccante: “Care colleghe e cari colleghi, questa è senza dubbio la lettera più difficile che abbia mai scritto. Sergio Marchionne non rientrerà in FCA. Sergio è stato il miglio amministratore delegato che si potesse desiderare e, per me, è stato un vero e proprio mentore, un collega e un caro amico. Ci siamo conosciuti nell’ora più buia della FIAT ed è stato grazie al suo intelletto, alla sua perseveranza e alla sua leadership se siamo riusciti a salvare l’azienda“.
Saremo eternamente grati a Sergio – continua Elkann – per i risultati che è riuscito a raggiungere e per aver reso possibile ciò che pareva impossibile. Ma come lui spesso diceva: ‘Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato, non si misura dai risultati che raggiunge ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé‘. Ciò che mi ha colpito di lui, fin dal primo incontro, sono state le sue qualità umane. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo status quo, a rompere gli schemi e ad andare sempre oltre il conosciuto. L’eredità che ci lascia parla di ciò che è stato davvero importante per lui: la ricerca dell’eccellenza“.

Nel turbinio di voci che non fa altro che brindare alla morte di uno “schiavista”, bisogna invece ricordare che se è stata l’Italia a entrare nel mercato automobilistico americano – e non viceversa – lo si deve a quel manager tutto d’un pezzo e dal fare apparentemente un po’ altezzoso. Bisogna ricordare che se l’industria italiana continua a regalare esempi di capacità imprenditoriale lo si deve al “manager col pullover”. Bisogna dire, se necessario anche a voce alta, che Marchionne ha dato all’Italia più di quanto l’Italia ha reso a lui. E che ancora di più avrebbe dato, senza nulla ricevere, se solo il destino non avesse deciso così.
Addio Sergio, la tua memoria non morirà con chi ti ha visto all’opera. Ma continuerà a sfrecciare per le strade di tutto il mondo, dalla più piccola Panda dell’Appenino abruzzese alla più lussuosa Ferrari della promenade di Nizza; dalla più raffinata Chrysler per le strade di Chicago alla più selvaggia Jeep sui terreni più sterrati del mondo.