Se la realtà raccontata da Conad è sessista, sovranista ed incita al precariato

Le pubblicità hanno un solo scopo: colpire lo spettatore. E se creano disagio e indignazione, tanto meglio; soprattutto quando mancano i presupposti per suscitarli: perché significa che i loro autori sono riusciti a scrivere un piccolo capolavoro. In questo caso, il plauso va a Gabriele Salvatores, che in una manciata di secondi ha fatto infuriare a destra e a manca progressisti, europeisti, socialisti e dissidenti. Qual è la sua colpa? Avere girato l’ultimo spot della Conad, con una sceneggiatura particolare: una famiglia del meridione che si prepara per il Natale; il figlio che viene assunto, e che deve, quindi, partire l’indomani; la madre che, preoccupata che non mangi, gli mette in valigia il bendidio della propria terra; e il padre che invece gli regala una carta prepagata con cui poter acquistare nella nuova città i prodotti del sud – senza il disagio di portarseli nel bagaglio, con il rischio di impuzzolentire le camicie e i vestiti.

Non sembra nulla di eclatante. Eppure, c’è chi ha visto in quei trenta secondi di spot rispettivamente sessismo e antieuropeismo, e l’elogio al precariato: la madre si esprime in vernacolo, mentre il padre e il ragazzo no, anzi in un ottimo italiano; la fidanzata, invece, nemmeno parla: per tutto il tempo rimane muta. La partenza avviene in un’atmosfera cupa e triste: sembra quasi che il ragazzo sia stato chiamato alle armi; bisognerebbe iniziare a vedere l’allontanamento e la fuga di cervelli non più alla stregua di un funerale, ma di gioia, di festa e di allegria. E infine, cambiando radicalmente sponda delle accuse, il messaggio che filtra dalla campagna pubblicitaria, con l’assunzione sotto le feste e l’abbandono del nucleo famigliare e della fidanzata, è un’ode al neoliberismo: è cosa buona e giusta essere trattati come oggetti e non come persone, nel nome della produttività e della competitività, dogmi cardini dell’Europa.

Queste le accuse. È un vezzo tutto italiano trovare o suscitare polemiche anche quando non sono necessarie, e questa è l’occasione in cui si può riaffermarlo con orgoglio: prima del calcio, è la polemica il vero sport nazionale; tutto gira intorno ad essa: l’intellighenzia nostrana si straccia le vesti per una réclame che non racconta altro che una realtà viva e presente in Italia. Le donne, specie nel meridione, sono casalinghe e ignoranti: non sono persone di mondo, a malapena parlano l’italiano; al contrario gli uomini, ben istruiti e colti. I giovani spesso si trasferiscono lontano dai genitori, per studiare o lavorare: ed è un fenomeno che ormai da anni imperversa nella società; tanti i campani, i laziali, i calabresi, i siciliani che se ne vanno al nord, all’università o alla ricerca di fortuna. E in ogni caso è un piccolo dramma personale: si abbandona la propria terra e i propri affetti, spesso all’ultimo minuto, senza preavviso e senza sapere se ci sarà mai un ritorno definitivo. Salvatores non si è inventato niente. Ha descritto qualcosa che è reale e concreto, nello storytelling di una pubblicità.

Non c’è alcun sessismo. Né calboniane genuflessioni al precariato. Procedendo con ordine, si potrà invece notare come il rammarico dei genitori, della fidanzata e del ragazzo di non poter passare il Natale assieme, si unisca alla contentezza del figlio di aver trovato lavoro – un regalo, si può dire, inaspettato. Al contrario, è probabilmente il primo passo verso un’autonomia e una stabilità con cui progettare assieme alla sua fidanzata una futura vita insieme, e, perché no, una famiglia: una speranza collettiva, diffusa soprattutto tra i ragazzi delle generazioni più giovani. Non si parla nemmeno di sovranismo o di antieuropeismo; l’unico messaggio, alla fine, che può trapelare, se proprio si vuol parlare di regionalismo, o meglio ancora di italianità, risalta nello slogan stesso della Conad: a tutti i nostri ragazzi che vanno lontano, buon Natale. Perché, ancora, è una realtà la partenza di molti giovani dalla propria terra, che se ne vanno via chissà dove.

La pubblicità di Salvatores può non piacere, è un diritto; ma narra un episodio verosimile alla realtà, non ci sono ragioni. Gli intellettuali e i giornalisti italiani, però, vivono di psicosi e di ossessioni: si sprecano le interpretazioni forzate dietro allo spot e ad ogni cosa, come se dietro si celasse sempre il maligno, o altro. Parlano, scrivono, denunciano, avvertono con ferma sicurezza: là si nasconde il nemico. Ma a dare troppa aria alla bocca, specie senza motivo, si rischia che entri qualche moscerino.

A.S.