Per un’economia positiva serve la convivenza di imprese locali e multinazionali

Oggi al Festival dell’Economia di Trento ha tenuto banco il tema della convivenza, apparentemente impossibile, tra multinazionali e imprese locali. Relatori d’eccellenza sono stati l’AD di Grant Thornton International Peter BodinMauro Casotto di Trentino Sviluppo e la vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli. Introdotti dall’economista e professore di Economia politica dell’Università di Milano Giorgio Barba Navaretti, i tre ospiti hanno offerto visioni diverse del tema.

Il punto di partenza, inquadrato da Navaretti, è stato individuato negli investimenti: le imprese multinazionali, infatti, tendono a voler scommettere su aree avanzate, dove c’è una certa vivacità imprenditoriale e commerciale, lasciando da parte le aree cosiddette depresse. “Chiaramente c’è una diversità enorme nella capacità di attrarre capitali e investimenti fra stati diversi” afferma il Professore, ribadendo che per l’Europa sarebbe ideale produrre politiche comuni in campo fiscale, così da convincere le imprese a puntare su tutta l’Unione e non su singoli stati definiti “Paradisi fiscali”, come i Paesi Bassi o il Lussemburgo.

Ma perché si dovrebbero preferire le grandi multinazionali alle imprese locali? O meglio, una convivenza “pacifica” tra le due realtà è possibile? A questi interrogativi ha provato a rispondere Casotto, sostenendo che la presenza delle multinazionali in Trentino ha prodotto esiti tendenzialmente positivi. “Verso la fine del secolo scorso, le multinazionali hanno portato sul territorio capitali, generando posti di lavoro e rallentando così il fenomeno di emigrazione. Quando poi, negli anni ’80, alcune se ne sono andate abbiamo rivisto subito le nostre politiche di incentivazione, ponendoci come obiettivo quello di generare le condizioni per far coesistere le diverse realtà nel territorio“. Il piano del Trentino, a detta di Casotto, si è articolato in una fase di sviluppo tecnologico e in una di ricerca industriale: così facendo, sono nate molte piccole aziende importanti, spesso avviate grazie a capitali tedeschi.

Non bisogna scegliere fra imprese locali e multinazionali. Non c’è una contraddizione, c’è bisogno della coesistenza di entrambe” è la provocazione di Peter Bodin, che ha incentrato parte del suo intervento sui cambiamenti del mondo negli ultimi anni e le sfide che attendono l’economia e l’industria del futuro: in particolar modo i cambiamenti climatici possono rappresentare da una parte un ostacolo, ma dall’altra una grande opportunità perché rappresenteranno l’occasione per realizzare prodotti innovativi che permettano di risolvere il problema. “Ciò che conta – ha proseguito Bodin – è che il business sia sostenibile. Secondo diverse stime, è molto probabile che nei prossimi anni nascano più imprese di dimensioni medio-piccole che potranno diventare internazionali tramite un mercato di rete tecnologica“. Infine, l’AD ha avvertito che né la globalizzazione tout court né il mercato chiuso possono funzionare: serve una globalizzazione responsabile che guardi al territorio come a uno spunto per crescere e non come un freno.

A riepilogare la situazione sulle multinazionali è stata la Mattioli, che ha ricordato qualche numero: il 14% degli investimenti complessivi è dovuto a capitali stranieri, che gestiscono anche 14.660 imprese in Italia. Tuttavia, a detta della vicepresidente di Confindustria, si dovrebbe ripensare al modo di vedere le multinazionali: non come “squali” interessati solo a mangiare il pesce più piccolo, ma piuttosto come management innovativi, interessati a un’interazione produttiva e creativa con le aziende più legate al territorio. “Anche se ci sono stati casi negativi, la maggioranza delle multinazionali ha generato storie di successo, che ancora oggi resistono e anzi crescono. Purtroppo, dal momento che nel nostro Paese è complicato fare impresa, non ci sono molti casi di multinazionali che partono da zero investendo direttamente sul territorio” è la denuncia della Mattioli, che attacca il sistema legislativo burocratico affermando che vi sia poca chiarezza normativa. “Se riuscissimo a fare molto di più in questo campo – ha concluso – aumenteremmo le capacità attrattive, creando lavoro di filiera, welfare e sostenibilità“.

Riccardo Ficara Pigini