Siria, la guerra della Turchia ai “terroristi curdi” è anche italiana?

Il Pd scende in piazza per chiedere al governo (ovvero al Pd-M5S) e all’Europa di intervenire contro i turchi in difesa dei curdi. Forse dimentica che la Turchia è il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armamenti. E non solo.

E’ sempre più vera la frase che dice che la prima vittima di una guerra è la verità. E per la Siria, come scriveva una corrispondente di guerra sul FQ., “abbiamo un altro metro, un’altra logica. Un’altra coscienza”.

Per anni, per 5 anni e 500mila morti, siamo rimasti indifferenti, ci siamo chiesti: “Aleppo? Cos’è Aleppo? come se la guerra, lì, non esistesse”. O esistesse solo per qualcuno, per chissà qualche strano interesse.

Ora un esercito, quello turco, si muove sicuro oltre il confine che lo separa con la Siria, con “l’unico interesse dichiarato” di andare contro le organizzazioni terroristiche del PKK, ritenuto un prolungamento dell’ISIS in quelle zone con la collaborazione del Pyd-Ypg dei miliziani curdi siriani che utilizzerebbe quei territori “cuscinetto” (fin tanto che vi era la copertura americana) “per organizzare attentati in Turchia”, come ipotizzato anche da alcuni opinionisti nostrani.

L’obiettivo dunque sarebbe di andare solo contro certi obiettivi dichiarati, con 181 basi terroristiche già individuate e colpite e 227 miliziani curdi della Ypg “neutralizzati”, come ha ribadito il ministero della Difesa turco.

Trump, dal canto suo, lascia campo libero a Erdogan (che con la Turchia costituisce da anni parte dell’alleanza che ha lo scopo di combattere i terroristi), invitandolo tuttavia alla moderazione e raccogliendo, forse giustamente, forse meno, numerose critiche. Persino dal suo stesso partito; quello Repubblicano, con il rischio che ora questa operazione gli si ritorca contro, dopo la ritirata dagli avamposti degli “yankee”.

L’operazione turca, nell’area nord-est della Siria al confine con la Turchia, si chiama Peace Spring e sembrerebbe avere l’unico intento, contrariamente a quanto i media occidentali riportano, di opporsi ai soli terroristi curdi del PKK, quest’ultima considerata una organizzazione terroristica non solo dalla Turchia (che l’ha dichiarato partito fuorilegge), ma anche dagli Stati Uniti, dall’Unione europea, dall’Iran e dalla NATO. Con la speranza che questo non sia solo un pretesto. L’ennesimo per giustificare l’ingiustificabile.

Anche se risulta singolare la scelta dell’Italia, secondo Peace Reporter, di fornire gran parte delle mine anticarro usate dal PKK nei suoi attacchi (quest’ultimi contro oltre 1200 turchi e – qualcuno sostiene, mentre per anni si narra abbia combattuto fianco a fianco con gli stessi USA contro l’ISIS – pure contro molti civili e militari turchi). 

Ma l’Italia finanzia anche la stessa Turchia: il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armamenti, con cui solo lo scorso anno ha autorizzato vendite di armamenti per oltre 360 milioni di euro ed esportato ingenti quantità di beni commerciali. E quando il Premier Conte, Di Maio (neo ministro degli esteri), e il segretario del PD Zingaretti, scendono in piazza (loro, che sono nel governo, sic.), per chiedere anche all’Ue di mettere fine alla vendita di armi alla Turchia, occorrerebbe ricordare loro che c’è una legge italiana, la 185 del 1990, che dice: “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite”. Basterebbe innanzitutto applicarla, come già fatto da diverse altre nazioni. Così come occorrerebbe una politica estera europea più solida e concreta, fatta non soltanto da belle dichiarazioni.

E a tal proposito, quando proprio l’Ue si schiera contro l’escalation militare di Erdogan, quest’ultimo (che già in Turchia ha messo al bando chi non la pensa come lui) non tarda nel ribattere che se dall’Ue “continueranno a chiamarla ‘invasione’ o ‘occupazione'”, allora la Turchia “aprirà le porte a 3,6 milioni di rifugiati siriani all’Europa”. E così tutto torna nuovamente a tacere. Ipocritamente, dopo aver sborsato circa 9 miliardi di euro per la Turchia in tutti questi anni e aver discusso della sua adesione all’Unione europea.

Forse la verità sta nel mezzo. E Trump ora, così come tanti altri che parlano ma non decidono, sembra volersene lavare le mani, dichiarando di non voler interferire nelle operazioni militari turche dopo gli ultimi accordi raggiunti tra i due Paesi. Ma procedere con il conflitto (con tutti gli effetti collaterali del caso: l’ONU stima già 400mila sfollati) non è mai la cosa più giusta. E questo non è solo l’Europa a dirlo, ma anche lo stesso Consiglio delle Nazioni Unite, che a breve convocherà un tavolo di trattativa. 

Già qualche giorno fa Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, aveva affermato di voler incontrare Erdogan, con l’intenzione di riconoscendogli il fatto “che la Turchia è l’alleato contro il quale è stato compiuto il numero più alto di attacchi terroristici”, e che dunque ha alcune legittime preoccupazioni di sicurezza, ma allo stesso tempo con la necessità di “dare risalto all’importanza del contenersi e di evitare perdite civili”. Secondo i media, già numerose.

Procedere nel conflitto non è mai la cosa più giusta nemmeno, forse, per la più nobile delle cause. Perché il prezzo da pagare per questa nuova offensiva potrebbe non valere la candela. 

Qualcuno si brucerà. Forse non noi, o forse sì. Con il rischio che qualche “foreign fighters” torni pure in libertà. Nella più totale indifferenza di quelle istituzioni abituate a fare le forti con i più deboli e le deboli con i più forti. L’Italia, questa volta, stia dalla parte giusta: cominci facendo quel che può.

ULTIMA ORA:

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di Giuseppe Papalia