Gervasoni difende Biloslavo: “La libertà delle Università è sotto attacco”

La lunga scia di opinioni e commenti dopo la manifestazione del Collettivo Universitario contro una conferenza che avrebbe visto come relatore Fausto Biloslavo all’Università di Trento continua. Stavolta ad esprimersi, in una netta e sacrosanta difesa del giornalista, è Marco Gervasoni.

Gervasoni, di recente “licenziato” dalla LUISS per aver espresso attraverso dei Tweet fragorosi ma legittimi delle opinioni decisamente contrarie al politically correct. Dalle pagine del quotidiano Il Giornale, il professor Gervasoni ha dunque voluto difendere Biloslavo lanciando al contempo una provocazione.

La cacciata di Biloslavo da Trento è l’occasione ideale per sollevare il coperchio e mostrare all’Italia che le Università sono luoghi dove la libertà di parola, di insegnamento, di testimonianza, di ascolto è minacciata dal predominio brutale del conformismo di sinistra, generico e pervasivo, che discrimina i professori non ortodossi” attacca il professore.

Questo atteggiamento – continua Gervasoni – colpisce anche gli studenti, non solo quelli che sono semplicemente interessati ad ascoltare delle opinioni diverse dal solito, ma anche tutti coloro che si dicono liberali e moderati e che oggi non trovano appoggi in una koiné progressista predominante, venendo così costretti al silenzio dalla paura“.

Gervasoni però esclude che si sia tornati agli anni Settanta: “L’ideologia marxista e leninista è stata sostituita dal conformismo fondato sul politicamente corretto. Basta potere al proletariato, sì all’immigrazione incontrollata; sì alla scrittura inclusiva, sì ai diritti Lgbt. Questa non è la Russia bolscevica o la Cina maoista, ma l’America contemporanea“.

Infine, il professore chiude lasciando una proposta/provocazione: “Ai governi che verranno, suggerisco di seguire l’esempio di Donald Trump e Boris Johnson: tagliare i fondi degli atenei i cui rettori non riescono a difendere la libertà di parola. Se non si può parlare liberamente, infatti, tanto vale chiudere quell’Università“.