La riforma del MES e i pericoli per la nostra democrazia

A quanto pare, l’Italia ha sostanzialmente aderito, in sede europea, alla riforma che intende trasformare l’attuale meccanismo europeo di stabilità (MES) in un vero e proprio fondo monetario europeo (EMF). Una riforma che, nelle linee essenziali, è però fortemente critica per il nostro paese, poiché lo costringerebbe a contribuirvi a suon di miliardi (sottratti a investimenti nell’economia reale), potendovi accedere solo previa ristrutturazione del debito pubblico, che ben potete capire cosa implicherebbe per i risparmiatori.

Una vera e propria “trappola” che rischia di essere fatale per la nostra economia. E del resto, le perplessità sulla riforma sono state sollevatepersino da economisti e analisti non certo euroscettici che, in audizione davanti al Parlamento, hanno evidenziato tutte le sue criticità.

Eppure, nonostante le diverse e plurime le perplessità (l’ultima proveniente da Bankitalia), il Governo non sembra intenzionato a rimettere in discussione (in sede europea) l’adesione, che comunque dovrà essere ratificata dal Parlamento (trattandosi di un trattato internazionale). Così rischiamo, dopo il Fiscal Compact (2012) e l’introduzione del bail-in (2015), di ritrovarci invischiati nell’ennesimo meccanismo europeo al quale dovremo contribuire e al quale non potremo accedere in caso di crisi (magari crisi indotta dalla speculazione finanziaria, visto che siamo privi di sovranità monetaria) se non accettando riforme strutturali che andrebbero a demolire il welfare e comporterebbero ulteriori svendite degli assets di Stato, sull’esempio greco. Insomma, un nuovo e forse fatale colpo alla nostra economia e alla tenuta della nostra democrazia.

Ma del resto, tutto ciò è perfettamente “normale”, se letto attraverso la lente degli obiettivi irrinunciabili dell’ideologia neoliberista. Che mira effettivamente alla demolizione del welfare con un sostanziale ritorno a un sistema economico di tipo ottocentesco su scala sovranazionale (v. Hayek), in cui domina il capitale e la rendita finanziaria, e nel quale il lavoro è lavoro-merce, dunque un fattore della produzione che deve essere utilizzato liberamente, senza preoccuparsi eccessivamente dei diritti e delle esigenze dei lavoratori. Un sistema, in altre parole, dove il welfare è privatizzato e dunque accessibile solo e se hai un lavoro abbastanza remunerato per potertelo permettere.

Il nuovo MES è da rigettare in toto, e il Parlamento dovrà essere compatto sul punto. Ne va della democrazia nel nostro paese e della tenuta della nostra economia. Anche solo il fatto che vi aderiamo – e cioè prescindendo dal fatto che verrà o meno utilizzato – è da considerarsi “critico”, poiché la sua esistenza sarebbe la classica pistola puntata alla tempia per indurci a fare riforme contram costitututionem, in quanto ulteriormente violative degli artt. 3 e 4 della nostra carta. Insomma, diventerebbe un indebito strumento di pressione che i nostri cari “partner” europei potrebbero utilizzare per piegarci ulteriormente ai loro interessi e ai loro obiettivi. A maggior ragione, qualora il Governo attuale (o quello che verrà) dirà pure sì alla riforma collegata, e cioè all’Unione Bancaria, proposta in questi giorni dai tedeschi (che però prima non la volevano) e di cui ho già dato conto qui.