Il Signor Diavolo, un gran bel «gotico padano»

1952. Carlo, quattordicenne di un paesello veneto, uccide Emilio, un coetaneo deforme, convinto di aver eliminato il Diavolo. Una tragica e sinistra storia di provincia destinata a perdersi nella cronaca locale, non fosse per un dettaglio: la madre della vittima è una ricca possidente vicina alla Dc e, davanti a questo delitto – e all’indifferenza con cui viene accolto dalla comunità, quasi sollevata dalla morte del figlio – assume una posizione assai critica nei confronti della Chiesa e di chi politicamente la supporta. Davanti a tutto questo, dato che per la Dc di quegli anni il consenso, per di più nel bianco Veneto, era una cosa seria, ecco che da Roma viene fatto partire Furio Momentè, ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia inviato a Venezia per studiare e silenziare il caso, impedendo che possa trasformarsi in uno scandalo destabilizzante.

Questi la cornice tematica e il contesto in cui si svolge Il Signor Diavolo, l’ultima fatica di Pupi Avati, che, con questo film – tratto da un suo libro –, riprende un filone a lui caro ma abbandonato da decenni dopo La casa dalle finestre che ridono (1976): quello dell’horror «gotico padano», variante strapaesana di un genere che molti conoscono solo nella sua versione yankee. Senza aggiungere altro a quanto già anticipato, sperando anzi di non aver anticipato troppo, possiamo evidenziare la bellezza delle ambientazioni del film, dove (anche se parlano tutti in perfetto – e perciò surreale – italiano) ritroviamo il Veneto religiosissimo degli anni ’50, con la sua fede granitica impastata alla superstizione di paese e col deforme che diviene ipso facto demoniaco. In quel contesto, Momentè incarna la fiaccola della ragione che tenta di farsi strada tra cascine, monasteri e chiese che custodiscono segreti indicibili.

Da questo punto di vista, Il Signor Diavolo si configura apparentemente banale, come cioè il classico derby tra razionalità e credulità, con da una parte chi usa la testa e dall’altra chi contribuisce a tenere in piedi un grottesco teatrino di leggende. Una chiave di lettura, questa, che tiene banco per quasi tutta la storia, con il film che però – a sorpresa – si conclude con un finale che qualcuno ha già definito «esagerato», tanto è spietatamente impensabile. Esagerato o meno che sia, certamente l’epilogo è spiazzante e getta una nuova luce su tutta la vicenda, costringendo lo spettatore a meditare, a porsi delle domande e a confrontarsi non tanto e non solo con il tema della superstizione, bensì con quello del vero che, nel Veneto del Dopoguerra come nella realtà di oggi, tende a smarrirsi in un labirinto di specchi dove ad essere incerta, sfumata fino a svanire, non è l’esistenza di Satana ma quella di ognuno.

Voto: 8

Giuliano Guzzo