Intervista sulla birra

Lo incontro al bar e chiedo una bionda, lui uno spritz. Del resto, Davide Corona le birre non ha più bisogno di ordinarle: le produce. Questo giovane di Castel Ivano, comune di 3.300 anime a poco meno di un’ora di strada da Trento, appartiene infatti a una categoria speciale: quella di chi non solo ha fatto della passione un mestiere, ma ha perfino abbandonato un lavoro sicuro pur di seguirla, la propria passione. Terminati gli studi in ingegneria, ha iniziato a lavorare alla Fly, azienda metalmeccanica che produce parti aereospaziali conto terzi e ha sede a Grigno in Bassa Valsugana e nel settore sarebbe rimasto per chissà quanto, se il cuore non avesse preso il sopravvento portandolo a fare quel che fa oggi: produrre birra, per l’appunto. E’ nato così il Birrificio degli Arimanni, che ha in questo ragazzone di un metro e ottantacinque del 1989, barba curata e parlantina sciolta, il suo appassionato inventore. Al momento, in catalogo ci sono tre delizie: la Werra (Brown Porter), la Fara (Summer Ale) e la Garba (Pale Ale). Quest’ultima, in realtà la prima ad essere prodotta, si è già fatta apprezzare sbaragliando la concorrenza e classificandosi prima nella sua categoria al concorso «Solo Birra» di Expo Riva Hotel 2019. Il birraio che ho davanti, insomma, ci sa fare. Ma prima di arrivare sua creatura, e quindi al suo lavoro, meglio partire dal principio.

Corona, com’è nato il suo amore per la birra? «E’ una passione nata anni fa, quando ancora avevo sedici anni e, come molti, scoprii questa bevanda alcolica dolce e insieme amara che affascina tutto il mondo. E naturalmente non distinguevo, allora, tra la birra artigianale e quella di grande distribuzione. Questo fino ai vent’anni, quando andai in un locale di Trento dove servivano birre artigianali, diverse dalle altre. Scoprìì nel mio bicchiere un mondo nuovo, che non avevo mai conosciuto prima. Da lì è nato il mio amore per questo prodotto unico, che cambia in modo sostanziale da un birrificio all’altro. Un amore che ho approfondito studiando, andando a provare vari birrifici e frequentando corsi dedicati, uno dei quali mi è stato regalato a Natale dalla mia ragazza».

D’accordo, ma quando lo è venuto in mente di produrre birra in prima persona? «In realtà ho sempre avuto il desiderio di avviare un’attività mia. E’ un pallino che avevo sin da bambino. Un desiderio che, incontrata la birra, mi ha fatto scattare la molla. Così, per iniziare, ho acquistato un impianto usato. Dopo varie prove, che ho effettuato utilizzando i miei amici come “cavie” per dei test, mi sono accorto che quanto facevo piaceva. E allora mi sono detto: “Caspita, perché non unire l’utile al dilettevole?”. Così è nato il Birrificio degli Arimanni, con un giro di clienti che si sta allargando sempre di più».

Quando è nata esattamente l’attività? «A giugno 2018».

E perché questo nome? «L’idea era quella non solo di offrire un prodotto buono dal punto di vista organolettico, ma anche di valorizzare il Trentino, di promuoverlo tramite la birra. Così, anziché un nome classico, magari legato genericamente alla montagna, cercavo qualcosa di più specifico e territoriale. La mia ragazza ha scoperto che gli Arimanni, che erano un ceto sociale longobardo (ogni maschio adulto libero in grado di portare le armi, ndr.), nell’Alto Medio Evo difendevano i castelli della Bassa Valsugana – come Castel Ivano – ottenendo, in cambio, la possibilità di coltivare, oltre agli ortaggi per la sopravvivenza, l’orzo per poter fare la birra. Una necessità determinata dal fatto che gli Arimanni, quindi i Longobardi, erano in fondo di origine germanica. Ed è quindi da qui, dalla storia trentina degli Arimanni, che è venuta l’idea del Birrificio degli Arimanni».

Qual è l’obbiettivo del suo birrificio? «Il nostro scopo è creare un filiera corta, arrivando a produrre la materia prima in Trentino, la birra in Trentino e vendendola in Trentino. In altre parole, il nostro obbiettivo è quello di arrivare a far sì che, quando si pensa alla birra trentina, si pensi alla birra degli Arimanni».

Adesso la domanda delle domande: che cos’è la birra artigianale? E come si riconosce? «La birra artigianale è un prodotto diverso da quello della grande distribuzione, che si riconosce principalmente da un aspetto: il gusto unico. Davvero. E’ impossibile trovare due birre identiche tra loro quando ci si rivolge a due diversi birrifici. Questo perché la birra artigianale rappresenta la visione che ha un birraio nel proporre un prodotto».

Ma dove inizia, per così dire, l’artigianalità di una birra e dove termina il suo essere prodotto industriale? «Tanto per cominciare la birra artigianale non è mai qualcosa di casuale, deve cioè avere sempre un’origine particolare, una storia, come la nostra è legata al territorio trentino. In secondo luogo, per essere artigianale una birra deve dimostrare di sapersi distinguere, nel gusto, da quelle della grande distribuzione. Detto questo, a mio avviso una birra artigianale dovrebbe essere il più naturale possibile, limitando al massimo il ricorso alla chimica e basandosi principalmente sul luppolo, sul malto d’orzo o di frumento o di cereali in generale, acqua e lievito. Stop. E’ decisiva, per una birra artigianale, il legame esclusivo con questi quattro elementi».

Si direbbe che non sia il solo a pensarla così, dato che nel nostro Paese si sta verificando un boom della birra artigianale impensabile fino a pochi anni fa. «Sì, esatto. L’Italia è sempre stato un Paese di consumo prevalente di vino e non di birra, prodotto diffuso per lo più in aree germaniche e anglosassoni. Da questo punto di vista l’Italia, al pari della Spagna e della Francia, sin dai tempi dell’Antica Roma ha avuto un legame speciale con il vino, lasciando appunto la birra ad altri Paesi. Grazie però a una nuova classe imprenditoriale, per lo più giovane, questa tendenza sta cambiando ed oggi – dopo quella della fine del 1900, quando il settore vinicolo entrò in crisi – la birra artigianale sta conoscendo una nuova “età dell’oro”, con un mercato sempre in crescita. Gli ultimi dati relativi al 2018 parlano in settore sempre in crescita: di poco, ma sempre in costante crescita. Parallelamente, sta maturando una cultura della birra, vista non più solo come bevanda da bere in grandi quantità e per fare festa, ma anche come un prodotto che merita un consumo consapevole».

Da birraio, cosa le dà più soddisfazione? «Il lancio una birra che non avevo fatto provare prima a quasi nessuno e la cui richiesta si rivela superiore alle aspettative. Più di tutto mi gratifica il rischio di esaurire le mie scorte. Significa che il mio lavoro è apprezzato».

Giuliano Guzzo