La Fake news riguardante l’uscita del Regno Unito dal programma Erasmus

Il Regno Unito lascerà anche il programma di scambio europeo per studenti Erasmus+, discendente del più noto programma Erasmus. Questa la notizia rimbalzata sui principali giornali italiani, quasi a criticare la Brexit. Peccato che la notizia è falsa: i giornali italiani hanno equivocato una decisione del Parlamento britannico che per il momento non avrà alcuna conseguenza sugli scambi in corso o su quelli che inizieranno a breve, come ha precisato anche il sottosegretario britannico alla Ricerca Chris Skidmore in un comunicato riportato solo nelle ultime ore da alcuni media italiani.

Erasmus+ è il principale programma per i giovani dell’Unione Europea, che prevede esperienze di scambio e opportunità di lavoro co-finanziate dal budget europeo. Dalla sua nascita, circa trent’anni fa, ha coinvolto circa 9 milioni di persone e nell’ultimo bilancio pluriennale comunitario – che va dal 2014 al 2020 – è stato finanziato con 14,7 miliardi di euro.

Come molti altri programmi europei, non è chiaro se il Regno Unito continuerà a farne parte una volta che uscirà dall’Unione: insieme a molti altri temi sarà oggetto delle trattative dei prossimi mesi, quando inizieranno i negoziati fra funzionari britannici ed europei per la futura relazione che avranno l’Unione Europea e il Regno Unito (si stima che le trattative potrebbero durare diversi anni).

Non bisogna infatti dimenticare che l’essere appartenenti all’Unione Europea non è un prerequisito minimo per aderire al progetto: avvengono infatti puntualmente scambi culturale anche con la Norvegia, con la Svizzera e con la Turchia, paesi che non fanno parte della UE. I “problemi” che possono sorgere, semmai, sono quelli legati alla burocrazia e all’erogazione dei contributi, dal momento che non possono essere finanziate con fondi comunitari istituzioni accademiche extracomunitarie. Una situazione comunque ben diversa da quella catastroficamente descritta dai media italiani e che dipenderà in toto dalle istituzioni europee, non da coloro che hanno deciso di lasciare l’Unione.