1000 migranti riportati nei centri di detenzione (che violano i diritti umani). No, al Viminale non c’è più Salvini

“Almeno 953 migranti, tra cui 136 donne e 85 bambini, sono stati intercettati in mare e riportati in Libia nelle prime due settimane del 2020” .

Con queste parole Safa Msehli, portavoce dell’IOM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), ha iniziato il suo intervento, l’ennesimo, di denuncia delle estreme condizioni in cui versano i migranti che vengono portati in Libia.

Msehli ha poi proseguito evidenziando come la quasi totalità dei migranti che vengono portati a Tripoli, vengano poi portati nei centri di detenzione. Aggiungendo come tutto ciò sia inaccettabile anche alla luce della profonda guerra civile che da più di nove mesi deflagra il paese libico.

Numeri alla mano, per la portavoce dell’IOM sarebbero circa 4.500 le persone trattenute nei centri “regolari” in Libia, con ulteriori migliaia che invece, detenute in centri “non ufficiali”, sarebbero alla mercè dei gruppi armati.

I centri di detenzione libici sono già da tempo noti all’opinione pubblica per le condizioni inumane nelle quali i migranti sono costretti a vivere, con gli stessi centri che sono stati più volte segnalati, dalle varie organizzazioni internazionali, per violazione dei diritti umani.

Safa Msehli si è poi soffermata sulle condizioni delle strutture per i migranti, affermando come siano: sovraffollate, antigieniche e disumane. I migranti sarebbero costretti a vivere senza cibo e acqua, il tutto, sotto la costante minaccia di abusi, violenze, torture e lavoro coatto.

A contribuire a questa drammatica situazione, vi sarebbero anche i numerosi raid, ad opera dell’esercito di Haftar, subiti da queste strutture. Nello specifico, uno dei più cruenti, ha visto un centro nel sobborgo orientale di Tripoli di Tajoura subire un bombardamento che avrebbe portato alla morte di 50 persone e al ferimento di altre 130.