Aumentano i campi nomadi in Emilia Romagna. Tutto grazie a legge Bonaccini

Quella della gestione dei nomadi è una problematica che ormai da diversi anni affligge l’amministrazione dell’Emilia Romagna che, nonostante i numerosi provvedimenti, non è ancora riuscita a fornire una soluzione soddisfacente per la collettività.

Nonostante i tentativi, da ultimo la legge regionale del 2015, la gestione delle comunità (nello specifico) sinta e rom, continua ad essere una problematica molto sentita dalla popolazione emiliana, scontenta di come è stato affrontato il problema sino ad ora.

La legge regionale promossa nel 2015 dalla Giunta Bonaccini, disponeva lo smantellamento dei grandi centri nomadi presenti sul territorio, in favore di comunità più piccole. Nello specifico i comuni emiliani hanno potuto chiudere i grandi centri offrendo “agli sfollati” diverse soluzioni abitative, purchè di dimensioni più contenute rispetto ai precedenti grandi centri.

Quella che poteva essere la soluzione, si è rapidamente trasformata in un altro problema, con la popolazione che ha visto i campi nomadi diminuire nelle dimensioni ma aumentare nel numero, creando contestualmente non pochi disagi alla cittadinanza che ha visto aumentare rapidamente le “micro-aree” (il tutto a spese della collettività).

Tali provvedimenti infatti hanno avuto luogo solamente grazie a robusti contributi regionali, si parla di più di 1 milione di euro per il superamento dei grandi centri, con trecentomila euro spesi nella sola Bologna.

In aggiunta vi sarebbe anche un comunicato ufficiale dell’Associazione 21 luglio, organizzazione non profit che supporta gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di discriminazione, dove veniva indicato come tali “micro-aree” contribuirebbero in maniera sensibile ad acuire la segregazione e la discriminazione razziale nei confronti delle famiglie nomadi.