Giuseppi non è andato a Davos. Temeva che non ci fosse nessuno ad ascoltarlo

Giuseppi non è andato a Davos, all’ammucchiata immonda dei potenti della terra, ossia degli speculatori e sfruttatori che la terra l’hanno devastata e depredata. 

Ma non si è trattato di un nobile gesto, di una dignitosa presa di distanza dall’annuale sfilata ignobile. Macché. Giuseppi era previsto ed avrebbe persino dovuto prendere la parola.

Ma dopo la disastrosa figura della foto di gruppo a Berlino, il signor nessuno italiano ha preferito restare in Italia a confrontarsi con Giggino Di Maio e Nicola Zingaretti. Se a Berlino era stato relegato in un angolo seminascosto del gruppo, a Davos avrebbe rischiato di parlare di fronte alle sedie vuote. D’altronde cosa aveva da dire di particolarmente interessante? Assolutamente nulla. 

Il problema di questo governo non sono le scelte più o meno sbagliate bensì il nulla cosmico spacciato per pensiero politico, per programma, per strategia. La buffonata di Berlino era la inevitabile conseguenza della disastrosa gestione della crisi libica. Non che sul fronte opposto la situazione sia migliore. Berlusconi, con la faccia di plastica, si è permesso di criticare la non politica di Di Maio dimenticando che era stato lui, il sultano di Arcore, ad aver tradito Gheddafi per accodarsi a Sarkozy. 

Dilettanti allo sbaraglio. Vecchi e nuovi. Qualcuno è convinto che la sovranità significhi prostrarsi di fronte alle imposizioni dell’amico Trump. Quell’amico così generoso che minaccia sanzioni contro l’Italia se solo il nostro Paese si sogna di tassare i giganti del web. Dunque si possono massacrare di tasse gli italiani ma gli amici di Trump devono essere esentati. Uno strano concetto di sovranità nazionale. Ma è quello che passa il convento della politica italiana.