Il disastro del Cermis: la tragedia impunita di 22 anni fa

Il 3 febbraio del 1998 un aereo statunitense, volando a bassa quota e violando tutti i regolamenti, tranciò i cavi della funivia del Cermis. Fu una tragedia dove morirono 20 persone.

Gli autori non subirono particolari condanne. Furono degradati e rimossi dal servizio. Il pilota fu inoltre condannato a sei mesi di detenzione, ma fu rilasciato dopo quattro mesi e mezzo per buona condotta.

Una condanna lieve dovuta anche a ragioni inerenti gli accordi NATO sottoscritti dal nostro Paese che prevedono, nel caso di incidenti, come luogo del processo gli Stati Uniti. Così poco importò a livello penale il fatto che l’aereo volasse a bassa quota, a una velocità superiore rispetto a quella dovuta, perchè la colpa era solo dovuta all’assenza sulle mappe del cavo della funivia.

Una vicende che poi assunse i contorni ancor più grotteschi dato che nel febbraio 2008 i due piloti hanno impugnato la sentenza e richiesto la revoca della radiazione con disonore allo scopo di riavere i benefici finanziari spettanti ai militari. Hanno anche affermato che all’epoca del processo accusa e difesa strinsero un patto segreto per far cadere l’accusa di omicidio colposo plurimo, ma di aver voluto mantenere l’accusa di intralcio alla giustizia «per soddisfare le pressioni che venivano dall’Italia». È stato comunque riconosciuto che l’aereo viaggiava a bassa quota e che la velocità era eccessiva considerati gli ostacoli presenti in zona.

Magra consolazione fu la decisione, nel dicembre del 1999, da parte del Parlamento della Repubblica di approvare una legge che prevedeva un indennizzo per i familiari dei deceduti pari a 4 miliardi di lire per ogni vittima. In conseguenza di tali provvedimenti italiani, e in ottemperanza ai trattati NATO, il governo degli Stati Uniti ha dovuto risarcire alla Repubblica italiana il 75% delle somme complessivamente erogate.