Il primo esodo dei Dalmati: 1870, 1880 e 1920

L’esodo degli Istriani, Fiumani e Dalmati è la conseguenza degli avvenimenti della Seconda Guerra mondiale. La tragedia delle foibe è effetto delle violenze perpetrate dagli slavi come ritorsione alle violenze durante l’occupazione italiana dal 1920 al 1945“.

Questa è l’obiezione che ogni anno, a ridosso del Giorno del Ricordo, da dodici anni viene ripetuta come un mantra dai media del nostro paese controllati da una ben individuata scuola di pensiero. In buona sostanza, gli slavi di Tito nella ritorsione anti-italiana hanno forse un po’ esagerato, ma erano esasperati dalle violenze e dall’oppressione esercitate dall’occupante italiano. Tutto ciò denota una ignoranza, quando non si parli di vera e propria malafede, piuttosto radicata rispetto alla storia delle terre di Istria e Dalmazia.

Che non furono mai terre avulse dalla storia italiana, come vedremo più avanti, ma facenti parte a pieno diritto della nostra storia nazionale, come lo sono tutte le storie delle attuali regioni italiane. Perché ciò che fece Tito fu solo l’ultimo atto di un percorso iniziato nel 1860 e – francamente – la questione dell’ideologia comunista professata dai titini non fu il fattore scatenante: semmai fu il nuovo collante ideologico che tenne insieme i popoli slavi (sloveni, serbi, croati) in funzione anti-italiana.

La storia di quelle terre, che furono romane e poi per quasi mille anni veneziane, è storia patria e dovrebbe essere studiata nelle scuole di ogni ordine e grado. Invece oggi è storia dimenticata, quando addirittura storia misconosciuta e nascosta. Ecco perché, ad esempio, nulla viene detto in ordine a ciò che avvenne dall’epoca del Risorgimento fino alla Prima Guerra mondiale in Istria e Dalmazia.

Ecco perché si evita di insegnare e spiegare che i metodi usati dal regime italiano dal 1918 al 1945 – la famosa questione dell’italiano obbligatorio nelle scuole, l’italianizzazione dei cognomi e poi le violenze della guerra – erano sì sbagliati se visti con l’ottica odierna, ma con la mentalità di allora erano considerati come gli unici praticabili per riparare le ingiustizie patite dagli italiani nei decenni precedenti. Perché nulla accade mai per caso.

Per parlare dell’origine del conflitti fra nazionalità in quelle zone è necessario ripercorrere anche per brevi cenni quella che fu la storia dalmata. Dalle origini. La Dalmazia antica, detta “Illiria” entrò nella storia con la prima delle otto guerre che sostenne dal 156 a.C. contro Roma. Provincia senatoriale dal 27 a.C. e successivamente imperiale, s’integrò con la romanità e diede a Roma imperatori come Claudio e Diocleziano. Tutta la costa e isole dalmate furono latinizzate dai romani che fondarono città e favorirono la fusione con l’elemento autoctono illirico. Nel 475 d.C. si rifugiò in Dalmazia l’imperatore Giulio Nepote, mentre a Ravenna veniva elevato alla porpora Romolo Augustolo. Nel 476 d.C. questi fu deposto da Odoacre e l’Impero Romano d’Occidente cessò di esistere. Ma Giulio Nepote fece sopravvivere in Dalmazia le insegne dell’Impero e il senso della romanità sino al 480, anno della sua morte.

Nel VII secolo d.C., iniziarono le invasioni barbariche. In particolare, gli Avari spinsero innanzi a se le tribù slave loro schiave che penetrarono nei Balcani e successivamente si spostarono sulle coste adriatiche. Questo insediamento durò per quasi due secoli, con alterne vicende legate a conquiste e riconquiste che interessarono sostanzialmente l’entroterra. Le genti latine ripiegarono verso le città fortificate della Dalmazia. Gli Slavi, giunti ormai al mare lungo il canale della Morlacca e insediatisi alle foci del Narenta si dettero alla pirateria e le città dalmate chiesero aiuto alla nascente potenza veneziana che, minacciata anch’essa nei suoi commerci, decise di intervenire.

Il giorno dell’Ascensione dell’anno 1000 il doge Pietro Orseolo II, dopo aver rifiutato ai croati il pretium pacis, il censo per evitare gli attacchi ai convogli veneziani, alla testa delle navi e dei guerrieri partì per la Dalmazia e ottenne la dedizione di tutte le città latine, sconfiggendo ovunque la pirateria slava, portandosi fino a Spalato e Curzola. Questo è un atto storico di importanza immensa: Venezia lo considererà per sempre un acquisto perenne e inalienabile e uno dei cardini fondamentali del suo diritto di stato. Da allora e fino al 1797 il dominio veneziano, fra perdite e riconquiste, guerre, sottomissioni fu ininterrotto e dal XV secolo tutta la Dalmazia divenne parte integrante dello Stato veneziano “da mar“.

Città come Zara, Spalato, Traù, Sebenico, Cattaro, Ragusa – l’odierna Dubrovnik è stata la quinta repubblica marinara italiana dopo essersi affrancata da Venezia – o isole come Curzola, Lissa, Lesina, Brazza, Meleda e cento altre località della Dalmazia portano ancora oggi nell’impianto urbanistico, nei complessi monumentali artistici e militari, nei palazzi, nelle vie i segni della presenza politica e culturale veneziana.

Gli slavi non riuscirono mai ad imporre il loro linguaggio ai dalmati presso i quali avvenne la trasformazione del latino nel suo derivato volgare, il dalmatico. Nel secolo XIV al dalmatico subentrò progressivamente il veneto che divenne la lingua ufficiale e culturale della regione pur conservando molto della lingua originaria.

Fino alla caduta della Repubblica, avvenuta il 12 maggio 1797, la Dalmazia prosperò nelle istituzioni, nelle arti, nella cultura e nelle attività commerciali sotto le insegne veneziane. Anche l’elemento slavo-croato, spesso favorito dalla Signoria per ripopolare le campagne colpite dalla peste, conviveva ormai pacificamente da secoli con l’elemento latino, condividendone gli usi e i costumi; financo la lingua parlata sulle coste da Fiume a Spalato, una speciale varietà di lingua, la ciàcava, è ricca di parole veneziane, sconosciute ai croati di Zagabria. Questi dalmati di nuova acquisizione, contadini, marinai, pescatori divennero, a contatto con l’elemento latino, antropologicamente “mediterranei”. Gli Schiavoni fedelissimi, gli oltremarini, furono le ultime truppe a lasciare la Capitale alla caduta della Repubblica. I Morlacchi di sangue latino, pastores Romanorum, per secoli combatterono sotto le insegne di San Marco e così gli Stradiotti che fornirono a Venezia la cavalleria leggera, impiegata contro il Turco. Tutti si sentivano uniti e protetti, sotto le ali del Leone. Come nel 476 d.C. l’Impero romano era sopravvissuto in Dalmazia, così anche la Signoria di Venezia continuò in Dalmazia per qualche tempo dopo la caduta della Repubblica. A Zara le insegne di S. Marco furono abbassate il 1° luglio, portate in Cattedrale, baciate e bagnate di pianto dal popolo.

L’ultimo e più commovente saluto fu dato il 23 agosto dagli abitanti della città di Perasto, gonfaloniera del vessillo di battaglia della flotta veneta, nelle Bocche di Cattaro. Il Comandante della piazzaforte nel consegnare il gonfalone perché fosse deposto sotto l’altare pronunciò un nobile discorso di cui si riporta la parte più nota: “…Per trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, Nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e valorosi. Nissun con Ti ne ga visto scampar, nissun con Ti ne ga visto vinti o spaurosi…“.

Con il Trattato di Campoformio, la Dalmazia fu ceduta da Napoleone all’Austria ma, pochi anni dopo, nel 1806, tornò al Regno Italico retto dai francesi, insieme all’Istria. In seguito, dopo alcuni decenni segnati da aspre contese, la regione tornò di nuovo all’Austria.

Arriviamo così al 1815, l’anno in cui possiamo datare l’inizio del Risorgimento, anche in Dalmazia. Ben presto la polizia austriaca individua nel fior fiore dei cittadini italiani, l’adesione alle idee di indipendenza e di ricongiungimento con l’altra sponda adriatica. Si scoprono Logge, Vendite Carbonare e poi nel 1830, adesioni alla Giovane Italia di Mazzini. Nel 1847 entra nella storia di Dalmazia la figura di Nicolò Tommaseo di Sebenico, che con la sua identità di vedute con Mazzini, propugnava la distruzione dell’Impero degli Asburgo e la resurrezione delle nazionalità.

Perciò ungheresi, italiani, romeni, serbi, croati, bulgari, albanesi, “devono ribellarsi e costituire una nazione vivente di giovani nazioni associate” dice Tommaseo e per questo viene perseguito dai dalmati l’affratellamento con gli slavi, moltiplicandosi le iniziative di scienziati, letterati, giuristi. Quando scoppiarono i moti del 1848, però, i croati restarono indifferenti perché essi perseguivano il consolidamento della dinastia degli Asburgo attraverso una massa croata che intendeva diventare un pilastro di consolidamento dell’Impero. I croati diventarono così il braccio militare dell’assolutismo austriaco e aspirarono, nell’ambito dell’Impero, ad annettere la Dalmazia alla Croazia.

Ora, la Dalmazia del 1848 era nazionalmente quale Venezia l’aveva lasciata. E tale l’Austria l’aveva conservata, totalmente italiana nella cultura, nell’amministrazione, nelle gerarchie ecclesiastiche, nel censo, nel commercio, nella navigazione, nell’artigianato. Mai l’Austria cambiò i nomi delle città, delle isole, dei monti, dei fiumi. Questi nomi sotto l’Austria rimasero italiani per 120 anni perché esistevano da decine di secoli.

Purtroppo l’elemento italiano, agli occhi degli imperiali, rappresentò una etnia su cui non si poteva fare affidamento: solo il mare divideva i dalmati dalla madrepatria e questo l’Austria lo sapeva bene. Agli inizi di marzo del ’48 Milano, Venezia, Zara, Sebenico, Spalato insorsero concordi. La repressione austriaca stroncò sul nascere ogni possibilità di successo. Le città dalmate circondate dalle truppe austro-croate, i civili croati delle campagne vennero armati e aizzati contro i dalmati, complice anche il clero croato che dipinse gli italiani come massoni senzadio.

Sul piano politico i croati di Zagabria cominciarono ad esigere il pegno della loro fedeltà all’Impero e pretesero apertamente l’annessione della Dalmazia alla Croazia. Nel 1860, dopo anni di tentativi di strenua opposizione da parte dei dalmati alle lusinghe croate – vale per tutti la risposta data da Spalato alla lettera con cui Zagabria proponeva l’annessione: “la Dalmazia è italiana: un solo cittadino di Spalato, che ne conta 12.000, è stato capace di tradurre le vostre onorevoli parole” – i croati, forti della benevolenza imperiale, proclamano l’adesione forzata della Dalmazia alla Croazia via facti.

Le elezioni di una Dieta della Dalmazia da inviare a Zagabria vennero indette e le urne dettero 29 rappresentanti italiani e 12 croati. Ma la Dieta rifiutò di andare a Zagabria a maggioranza. I delegati croati partono ugualmente per Zagabria per unirsi alla delegazione croata che di lì a poco sarebbe partita per Vienna. Per contrastare l’azione croata, la Dieta di Dalmazia, tutta in corpore e guidata dall’anziano e sofferente arcivescovo di Zara Giuseppe Godeassi partì per Vienna e venne ricevuta l’8 maggio dall’Imperatore Francesco Giuseppe che capì quanto irremovibile fosse la volontà dei Dalmati per restare autonomi da Zagabria. Di annessione alla Croazia non si parlò per più tempo.

Purtroppo, lenta e inesorabile continuò l’azione per la slavizzazione della Dalmazia, a tappe forzate. Il 15 giugno 1866 un’ordinanza imperiale limitò negli uffici l’uso della lingua italiana e obbligò i funzionari a imparare il croato; il 12 novembre 1866 si riunì a Vienna il Consiglio della Corona. Il verbale recita testualmente: “Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno“.

Il 14 giugno 1867 un altro decreto ordinò la slavizzazione del ginnasio-liceo di Zara; nello stesso anno i primi tumulti di piazza anti-italiani provocati da masse di contadini slavi ; ai cittadini fu proibito di accedere alle campagne; i possidenti italiani ebbero le viti tagliate, gli alberi schiantati, i raccolti rubati; a Sign i frati croati si rifiutarono di amministrare i sacramenti alla popolazione italiana.

A Sebenico il 31 luglio 1869 la folla croata assaltò e ferì gravemente 14 marinai della regia nave italiana Monzambano alla fonda nel porto della città dalmata. Il 15 febbraio 1870 si tentò di appiccare il fuoco al Teatro Verdi di Zara, tempio dell’arte italiana. Tutti questi episodi determinarono un primo inizio d’esodo delle popolazioni dalmate verso Zara, l’Istria e la madrepatria. L’irredentismo slavo croato che pretese di annettere la Dalmazia alla Croazia riuscì così a distruggere in poco tempo secoli di pacifica convivenza garantiti dal buongoverno della Repubblica di S. Marco.

E in Italia? Il giovane Regno dei Savoia fece sapere all’Austria che “alla soluzione dei problemi d’Oriente, l’Italia intendeva partecipare con idee proprie e in difesa dei propri interessi“. Questa posizione dell’Italia riaccese le speranze degli italiani di Dalmazia, pur nelle difficoltà a causa delle quotidiane vessazioni subite, tant’è che la Camera dei Deputati italiana esplose in un irrefrenabile applauso alla comunicazione del saluto e del ringraziamento della città di Zara. Trento, Trieste, l’Istria, Gorizia e Zara erano i nomi dei luoghi da liberare ed erano ormai sulle bocche di tutti gli irredentisti italiani. Ma dovettero passare ancora quarantotto lunghi anni prima che il ricongiungimento di una parte della Dalmazia con la madrepatria fosse realizzato.

Nel frattempo continuò inesorabile la croatizzazione forzata appoggiata dagli austriaci. Si cominciò con minacce e soprusi a cambiare gli equilibri di forza in seno alla Dieta provinciale, rovesciando i risultati del 1860 e imponendo la maggioranza 24 a 16 a favore degli annessionisti croati. Poi si passò ai Comuni dove fra brogli, violenze, corruzioni e intimidazioni caddero, uno ad uno i comuni italiani. Poi si slavizzarono gli uffici, le scuole, le chiese e tutti gli istituti di diritto pubblico. Sempre con il consenso degli austriaci. Nella Dieta provinciale – ove fino al 1865 la discussione veniva fatta unicamente in lingua italiana – dal 1866 s’inserisce gradualmente il croato a fianco della lingua italiana fino al 1883, anno in cui l’uso della lingua croata diventa esclusivo.

Questa situazione si trascinò fra alti e bassi fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale ma con una costante perdita progressiva di terreno da parte dei dalmati italiani, come se si trattasse di una battaglia in ritirata, lenta e tenace ma cedendo il terreno palmo a palmo.

Con il Patto di Londra 26 aprile 1915 l’Italia entrò in guerra contro l’Impero austro-ungarico. In base a tale patto, siglato con Francia, Gran Bretagna e Russia ottenendo, in caso di vittoria, la promessa del riconoscimento all’Italia del Trentino-Alto Adige, dell’Istria e la Dalmazia fino a sud di Sebenico, più alcune isole dalmate.

Moltissimi italiani d’Istria e Dalmazia dedicarono la propria vita alla liberazione della propria terra combattendo nell’esercito italiano. Nazario Sauro, catturato dagli austriaci e giustiziato come disertore, fu uno di questi e ogni città d’Italia porta una via o una piazza intitolate a questo eroe italiano.

Nel 1918 a fine conflitto, il Presidente americano Wilson si oppose all’esecuzione degli accordi di Londra, che non erano stati siglati dagli Stati Uniti, e in Italia si parlò allora di “Vittoria mutilata” per il non rispetto, anche da parte di altri alleati, dei patti sottoscritti. Francia e Inghilterra erano infatti preoccupate per la crescente influenza italiana sui due versanti del mare Adriatico. Dopo mesi di intense azioni diplomatiche, il 10 settembre 1919 si giunse al Trattato di Saint-Germain con cui l’Austria cedeva all’Italia il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia con le isole del Quarnaro e l’Istria, escludendo dalle trattative Fiume e la Dalmazia. Tutti i sacrifici sopportati dagli italiani durante la guerra apparvero ai più come vani e inutili al punto tale da suscitare nella popolazione una forte ondata di sdegno.

Sulla base di questo diffuso sentimento popolare, Gabriele D’Annunzio intraprese insieme ai suoi volontari, i Legionari di Ronchi, il 12 settembre del 1919 la liberazione di Fiume, città a stragrande maggioranza italiana, dando vita alla Reggenza del Carnaro e ad una nuova costituzione, la Carta del Carnaro, per l’epoca, socialmente avanzatissima infatti prevedeva il diritto all’istruzione, il voto alle donne, il riconoscimento ad un salario sufficiente e l’assicurazione sanitaria. La Carta del Carnaro fu essenzialmente opera del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris che, nel marzo dello stesso anno, aveva collaborato alla stesura del programma dei primi Fasci di Combattimento a Milano.

Il 12 novembre 1920 il capo del governo Giolitti firmò con gli jugoslavi il Trattato di Rapallo che assegnò all’Italia Zara, unica enclave della Dalmazia e le isole di Lagosta e Pelagosa e dichiarò Fiume Stato Libero. D’Annunzio non accettò le clausole del Trattato, rifiutando di lasciare Fiume. La conseguenza fu uno scontro fratricida fra i legionari e le truppe italiane che passò alla storia come il Natale di Sangue. I Patti di Roma del 1924 ratificarono il Trattato di Rapallo, assegnando definitivamente Fiume all’Italia ma quasi tutta la Dalmazia passò al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Durante la discussione in Senato per l’approvazione del Trattato di Rapallo prese la parola il Gen. Caviglia. Le sue parole furono profetiche: “Certo il Trattato di Rapallo sarà giudicato dalla storia, ma possiamo stabilire fin d’ora che tale Trattato ha consumato un avvenimento storico di grande importanza e ha posto il germe di infiniti guai in un terreno anche troppo fecondo. Dopo dodici secoli di lenta avanzata e quattro secoli di lotta con la razza italiana, la razza slava è riuscita ad ottenere dall’Italia, in un documento ufficiale e per la prima volta nella storia, il riconoscimento del suo incontrastato dominio sulla sponda orientale dell’Adriatico. Questo il fatto storico consumato dal trattato di Rapallo. Con l’ammaestramento della storia mi sia consentito di fare alcune previsioni. Tanto meglio se saranno fallaci. Tutta la storia moderna segnala un forte movimento di espansione della razza slava in tutte le direzioni. Verso occidente i suoi elementi, in qualità di servi della gleba, di schiavi, di mercenari, di città libere e di feudatari, penetrano nei confini delle varie nazionalità vicine e vi sostituiscono le popolazioni. Essi non portano una civiltà, ma assorbono la civiltà dei popoli che vanno a sostituire, cambiano nome ai paesi, ma questi conservano l’aspetto della nazionalità cacciata; e quindi aspetto italiano verso l’Italia, aspetto tedesco verso la Germania e l’Austria, aspetto greco verso la Grecia, ungherese verso l’Ungheria. Voltaire, nella storia di Carlo XII di Svezia, constatò con rammarico la scomparsa della civiltà greco-bizantina nei paesi a sud-est della Polonia sotto l’avanzata degli slavi e la sostituzione dei nomi ellenici dei fiumi e delle località con nomi slavi; con maggior dolore l’Italia dovrà constatare la scomparsa dei nomi italiani dalla riva orientale dell’Adriatico e la sostituzione con nomi slavi. Le nostre genti saranno a poco a poco cacciate dalla riva orientale dell’Adriatico; le nostre navi mercantili, le nostre barche da pesca, incontreranno ostacoli gradatamente crescenti nell’esercizio dei loro diritti millenari , fintanto che dovranno abbandonare la costa orientale e la bandiera italiana che riassume le insegne di Roma e Venezia con le loro nobilissime tradizioni, dovrà disertare le coste della Dalmazia“.

Questa prima lenta e costante pulizia etnica creò le premesse per quella politica di re-italianizzazione che negli anni seguenti la Prima Guerra Mondiale interessò quelle poche terre di Dalmazia che passarono allo Stato italiano dopo la caduta dell’Impero austroungarico. La slavizzazione della Dalmazia e la graduale espulsione dell’elemento italiano erano ormai fatti compiuti. Tutto ciò avvenne prima dell’avvento del regime fascista, prima del tentativo di re-italianizzazione di quelle terre da parte degli italiani (1918-1941), prima dell’occupazione militare italo-tedesca della Seconda Guerra Mondiale.

I semi velenosi dell’odio etnico ormai erano stati piantati certo, come si è visto, non per responsabilità italiana, e le piante crebbero purtroppo fra il 1943 e il 1945 con la tragedia delle foibe e con l’esodo degli ultimi italiani negli anni a seguire.

I nazionalismi che provocarono il crollo degli Imperi centrali non riuscirono a ricostruire quella convivenza pacifica e secolare che la Repubblica di Venezia era riuscita a garantire con saggezza dal XIV secolo fino alla sua caduta, fra i popoli dalmati. Una pacifica convivenza che, nel rispetto delle reciproche diversità e in un’ottica di unità fra tutti i popoli europei, resta come testimonianza ancora viva ed esempio per le nuove generazioni.

Mario Bortoluzzi