Coronavirus, morto un operatore del 118: Diego, uno dei 700 operatori contagiati, veri eroi senza mantello

Secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2017 i poco più di 192 mila posti letto disponibili negli ospedali italiani corrispondevano a una media di circa 3,2 posti per 1.000 abitanti, sesto dato più basso dell’Ue, che aveva una media di 5 posti letto disponibili per 1.000 abitanti. Germania al primo posto

È un momento tragico per il nostro Paese, per il mondo in generale. E lascia sgomenti leggere, giorno dopo giorno, il numero di casi che sui bollettini si ripetono, in quella parabola ascendente che di fermarsi proprio non ne vuole sapere.

Così, tra qualcuno che dice fossero solo “vecchi”, troviamo pure qualche giovane ricoverato intubato in terapia intensiva o, addirittura, qualcuno come Diego, un operatore del 118 che ci lascia per sempre. Semplicemente per aver fatto il suo lavoro: salvare vite

E così oggi, scopriamo che i veri eroi non indossano mantelli, ma camici

E nella maggior parte dei casi se ne vanno pure in silenzio. Per loro non c’è nessuna prima pagina, nessun applauso che tenga. Perché per troppo tempo sono stati dimenticati e solo ora, nel momento del bisogno, sembriamo ricordarcene.

Eppure, Diego era uno dei 700 operatori sanitari, medici, infermieri, soccorritori, oss contagiati in queste orespesso sprovvisti di mascherine e materiale sanitario adeguato, dopo che persino l’Unione europea, nonostante le nostre innumerevoli grida d’aiuto, ci ha lasciati soli, salvo poi ritrattare in extremis. Diego aveva 45 anni e due figli e, nemmeno a dirlo, era tra quelle migliaia di operatori che, tra le corsie degli ospedali di tutta Italia, combatteva senza sosta questa guerra contro quel nemico invisibile chiamato coronavirus. Che in una settimana ha mutato ogni tipo di rapporto sociale, ogni concezione del quieto vivere comune e di ordinarietà. 

Diego è morto in quella che oggi è la provincia italiana più colpita, dopo aver deciso di continuare a dare il suo contributo come tecnico della Soreu Alpina ed autista-soccorritore della A.A.T. di Bergamo. E fa rabbia. Fa rabbia pensare che in più di dieci anni l’Italia abbia tagliato più di 37 miliardi alla sanità pubblica, destinandole nel 2018 solo il 6 per cento del Pil, quando Germania, Francia e Regno Unito le destinavano almeno il 10 per certo. 

Oggi ci accorgiamo di quanto fosse fondamentale

E così oggi il Governo corre ai ripari richiamando tra le trincee, tra le corsie di quegli ospedali, migliaia di operatori in pensione e giovani neolaureati, aumentando del 50 per cento il numero di quei posti che, però, dovevano già esserci. Perché mentre noi, nel 2017 avevamo 151.646 posti letto per degenza ordinaria in ospedali pubblici (2,5 ogni 1.000 abitanti) e 40.458 in quelli privati (0,7 ogni 1.000 abitanti), per un totale di oltre 192 mila posti letto (3,2 ogni 1.000 abitanti), altri Paesi dell’Ue ne registravano molti di più. Ma nonostante questo, tra il 2000 e il 2017 il nostro Paese, come se non bastasse, ha abbassato di circa il 30 per cento quei numeri, già bassi di loro, arrivando a registrare 3,2 posti ogni 1.000 abitanti (sesto dato più basso dell’Ue, che vede al primo posto la Germania con 8 ogni 1.000), mentre la media dell’Unione europea è vicina ai 5 ogni 1.000 abitanti. 

Una graduatoria impressionante, che cambia se si analizza – regione per regione – quanto i singoli governi regionali abbiano investito nella sanità

E nemmeno a dirlo il rapporto cambia se si prendono in considerazione i posti letto nelle strutture private accreditate. Qui, nel 2017, erano 1,1 per 1.000 abitanti nella Provincia autonoma di Trento e in Campania (prime in classifica) a 0,1 per 1.000 abitanti in Basilicata (ultima in classifica).

Oggi, però, in molti sulle pagine social, anche quelle dei vari esponenti politici, ricordano Diego; la sua umanità e professionalità. Ma non dimentichino che i veri colpevoli sono proprio coloro che sulla sanità, per troppo tempo hanno tagliato. Salvo ricordarsene, solo ora. Sperando che gli appelli, i moniti e le denunce dei vari operatori sociosanitari, questa volta, non cadano nel vuoto.

di Giuseppe Papalia