Coronavirus: in Trentino il problema non sta negli impianti, ma nelle RSA

Come si sta sviluppando il contagio da Coronavirus in Trentino? Non bene, ma la situazione deve continuamente far riflettere sulla necessità di fare in modo che le misure di isolamento siano rispettate, mettendo in campo tutte le misure di sicurezza che sono già state previste in realtà come quella lombarda e quella emiliano-romagnola.

I dati peggiori riguardano sostanzialmente tre aree: Trento, Pergine e Arco. La situazione è relativamente buona nelle valli, oggetto in questi ultimi giorni di speculazioni da parte dei media su un contagio a catena dovuto agli impianti sciistici, che invece sembra non essere avvenuto o quantomeno non nella misura prospettata da alcuni giornali.

Ovviamente è impossibile fornire una casistica certa e l’esempio più forte a riguardo interessa la località sciistica di Ischgl, dove si registrano quasi 400 contagi al momento tra la popolazione. Un numero pesante, soprattutto se si considera che l’Austria ha cercato e cerca tuttora di minimizzare l’emergenza e che il dato di Ischgl deve essere sommato a numeri che superano centinaia di persone che in vari paesi europei sono stati infettati a seguito della vacanza invernale con il Coronavirus.

In Trentino al riguardo si può dire al momento – anche andando contro quanto espresso da qualche dirigente provinciale – che non è stato tanto il turismo a causare l’ondata di Coronavirus quanto piuttosto persone che sono entrate nelle case di riposo ed erano portatori asintomatici del tremendo virus. I dati che destano maggior preoccupazione riguardano infatti proprio le RSA, con dei focolai che interessano innanzitutto il capoluogo e il paese di Pergine Valsugana, senza ignorare i numeri che provengono dall’Alto Garda: lì non c’erano sciatori e nemmeno vi risiede il personale impiegato negli impianti.

La vera preoccupazione, inoltre, può essere costituita dal sommerso, ovvero i casi di Coronavirus di cui non si viene a sapere. La strategia quindi potrebbe essere una “caccia al virus casa per casa”. Così infatti si può sintetizzare l’iniziativa che il primario di Oncologia dell’ospedale di Piacenza Luigi Cavanna ha avviato da qualche giorno assieme a un suo collaboratore, andando a domicilio delle persone con sintomi da Coronavirus e sottoponendoli a tampone nasale, verifica dell’ossigenazione del sangue con saturimetro e se necessario anche ecografia toracica. Lo racconta il giornale La Verità.

La gran parte degli infetti da Covid 19 – spiega il medico – arrivano in Pronto Soccorso con febbre e tosse curati con tachipirina e antibiotici, mediamente dopo 8-10 giorni passati in queste condizioni fino all’insorgere di insufficienza respiratoria. Bisogna partire dal presupposto che sul Coronavirus la terapia anti-virale funziona percentualmente meglio quanto prima viene iniziata“. L’iniziativa sarà replicata per iniziativa dall’Ausl da martedì da vere e proprie squadre di ‘camici bianchi‘ per coprire su più turni città e provincia e sarà probabilmente estesa a tutta l’Emilia-Romagna.

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