Il MES non farà risorgere l’Italia. Esistono altri strumenti

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Lo scenario che abbiamo davanti a noi, dominato dall’invasiva e malefica presenza del coronavirus, pone in termini drammatici il problema di un energico intervento per risollevare l’Italia da una crisi di proporzioni mai viste. L’operare nel contesto europeo potrebbe rendere la cosa relativamente più facile e meno drammatica se non fosse per la presenza di Paesi – Germania e Paesi nordici in primis – con interessi contrapposti al nostro e che dalla particolare vulnerabilità dell’Italia intendono trarre ulteriore vantaggio.

Non a caso la pretesa di questi ultimi di finanziare la ripresa dal disastro economico finanziario indotto dall’infezione COVID 19 attraverso il ricorso al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) ne è la testimonianza. Far ricorso al MES significa per il nostro Paese impegnarsi con una contribuzione di ben 125 miliardi di Euro e, contestualmente, formalizzarne la restituzione nel medio periodo accompagnata da misure di politica economica fortemente condizionate dagli organismi sovranazionali della U.E..

L’esperienza greca di ricorso al MES, dove sono stati concessi fondi di ingente entità, è stata a dir poco devastante. Le draconiane misure anti-crisi hanno condotto il Paese ellenico verso l’immediato impoverimento della popolazione, a partire dai ceti più deboli. Altro che rinascita.

Prelievi forzosi, aumento delle tasse, riduzione delle retribuzioni dei dipendenti pubblici di oltre il 50%, riduzione delle pensioni di percentuali tra il 50% e il 60% – giungendo così a 665 euro in media – privatizzazione di trasporti, energia e industrie di stato sono stati i punti forti imposti dalla Troika europea per la ripresa economica della Grecia. Questo intervento europeo ha consentito, guarda caso, il salvataggio delle banche greche pesantemente indebitate con le banche francesi e tedesche.

C’è un altro elemento a sfavore dell’applicazione del MES. Esso non è stato creato per fronteggiare crisi di portata planetaria, come quella che oggi viviamo, ma per porre rimedio a shock cosiddetti asimmetrici (vedi Grecia). Cioè a crisi economico-finanziarie interessanti un numero limitato di Paesi e per entità tali da non compromettere l’intero sistema economico dell’Unione.

Per contro, se la crisi investe l’Europa nella sua interezza non ha alcun senso l’applicazione del MES. I Paesi che contribuiscono alla sua formazione verrebbero commissariati con l’imposizione di pesanti misure di rientro magari per importi addirittura inferiori a quelli messi a disposizione per finanziare lo stesso MES. Tanto varrebbe utilizzare direttamente e senza condizioni i fondi che ciascun paese è chiamato a disporre a favore del MES con buona pace dell’Europa.

Fine dell’Unione.

Per l’Italia il grande ostacolo, a maggior ragione in questo momento, consiste nel suo debito pubblico pari al 134,8% del PIL (2018). Ora è del tutto evidente come un ulteriore crescita dell’indebitamento farebbe lievitare lo stesso a livelli proibitivi con pagamento di tassi d’interesse superiori agli altri Stati europei. Si pensi che un terzo del debito italiano è collocato presso investitori stranieri, tra cui primeggiano alcune banche francesi e tedesche che lucrano delle tensioni sui mercati attraverso il rialzo dei tassi. Dopo l’approccio negativo iniziale, la BCE, per bocca della sua presidente Lagarde, si è ora convinta a mettere in campo quel “quantitative easing” introdotto da Mario Draghi che, attraverso

l’acquisto di titoli dei singoli stati, mira a contenere le tensioni al rialzo sui titoli stessi controllando, da un lato, lo “spread” ed evitando, dall’altro, le possibilità di default del Paese dovuto all’ulteriore crescente indebitamento.

Qui nasce la proposta di emissione dei così detti “Corona Bond” la cui principale caratteristica sarebbe quella di essere garantiti dalla U.E. ed in grado di ottenere collocazioni a tassi notevolmente inferiori rispetto a quelli che il mercato riserverebbe all’Italia. Ciò permetterebbe, non solo all’Italia, ma a tutti i paesi europei colpiti dalla crisi per coronavirus la possibilità di accedere in tempi brevi a fondi adeguati, idonei a permettere quelle urgenti iniezioni di liquidità di cui il contesto economico finanziario di riferimento ha urgente bisogno.

Come di recente riportato dal Sole 24 Ore, un’altra soluzione idonea ad affrancare il debito italiano dall’incubo dello “spread” sarebbe quella di indurre il sistema bancario a drenare il risparmio privato all’interno della nostra economia.

A fronte di un debito pubblico di circa 2.300 miliardi di euro (di cui circa 750 in mano ad investitori esteri) il risparmio privato ammonta in Italia a ben 4.290 miliardi (*). Di questi 1.400 miliardi sono più o meno parcheggiati in conti correnti che fruttano ai depositanti un interesse dello zero virgola. Anche una esigua frazione di questi correntisti che fosse disposta ad apporre vincoli temporanei, ma ripetibili, a tale ingente ammontare di liquidità depositandola in istituti di credito pubblici (circa 300 sono già presso la Cassa Depositi e Prestiti), in cambio di un interesse maggiore dello zero virgola, consentirebbe allo Stato Italiano di drenare in tempi brevissimi ingenti fondi con cui finanziare la ripresa e, in tempi non troppo estesi, a riacquistare o gradualmente liquidare i BTP del proprio debito pubblico in mano straniera. L’operazione, di cui andrebbe studiata la fattibilità nell’immediatezza, potrebbe consentire una valida alternativa ai Corona Bond, che Germania ed Olanda si rifiutano di avvallare, ma anche interrompere un meccanismo di finanziamento del Debito pubblico italiano.

Concludo con una mia personale proposta che è anche un invito alla nostra gente ad una grande responsabilità verso il proprio territorio.

Perché non sperimentiamo a livello provinciale l’emissione di “Corona Bond territoriali”? La PAT, forte della propria autonomia e del proprio rating superiore a quello nazionale, potrebbe fin da subito attivarsi facendo approvare dal Consiglio provinciale un’emissione di titoli con cui sostenere il maturando debito per il finanziamento delle misure di aiuto nei confronti delle imprese e delle famiglie trentine.

Mauro Dorigoni
già Ragioniere generale del Comune di Trento

gia Direttore generale di Trentino trasporti

membro del Consiglio direttivo di Pt