INAIL-Coronavirus. Lo Stato non aiuterà né le imprese né i lavoratori ma il problema per la sinistra trentina è la scuola

“Siamo stufi di come si sta comportando il governo”, è questo il mantra che molti imprenditori stanno ripetendo da ore in merito alla presenza dell’articolo 42 nel decreto Cura Italia che, al comma 2, prevede infatti che se un lavoratore viene contagiato dal Covid-19 il caso sarà iscritto nel registro dell’Inail come infortunio sul lavoro.

Lo precisa anche la circolare n.13 del 3 aprile dell’Istituto. Quindi, nel momento in cui l’Inail riconosce un infortunio sul lavoro al lavoratore, quest’ultimo – come in ogni caso di infortunio sul lavoro – può rivalersi nei confronti del datore, ma non solo. L’Inail interessa anche la busta paga del lavoratore, anzi propriamente i contributi che il datore di lavoro deve versare quando viene dato lo stipendio al lavoratore.

Nei fatti, si tratta di un’ulteriore strumento nelle mani dello Stato per aumentare a dismisura il costo del lavoro. Altro fattore riguarda la responsabilità penale, che può scattare nel momento di un infortunio sul lavoro superiore ai 40 giorni, con il forte rischio di ingolfare ulteriormente le aule dei tribunali con pesanti ripercussioni sugli imprenditori che sono sul punto di licenziare tutti i loro collaboratori, aumentando pesantemente la disoccupazione nazionale e locale. Del resto chi vuole correre il rischio di incrementare a dismisura la burocrazia nel gestire la propria attività economica per eventualmente dimostrare che il proprio lavoratore ha contratto il Covid-19 al di fuori del luogo di lavoro?

Sul punto sono intervenuti la Senatrice Elena Testor, che ha affermato di aver pronto un emendamento, i Consiglieri Luca Guglielmi e Claudio Cia e gli Onorevoli della Lega in Trentino, che hanno definito la norma come una vera ingiustizia. Il Trentino rischia soprattutto nelle valli di avere ulteriori e pesanti ripercussioni per quanto riguarda l’ambito del turismo alberghiero con gli albergatori che rischiano di non aprire la stagione. Del resto si trovano ad affrontare tutti i protocolli di sicurezza per gli ospiti, oltre che per i propri dipendenti, ma con il rischio di dover anche subire delle cause qualora tutto non vada automaticamente alla perfezione.

Oltre al fatto che il provvedimento è viziato dalla difficoltà nel ricostruire il momento e il luogo esatto dell’infezione da coronavirus, sul sito del Ministero della Salute si legge anche che “il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici varia fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni”.

Tuttavia, i sintomi sono molteplici e spesso simili a quelli di un semplice raffreddore, mentre in molti casi possono persino non presentarsi. Quali saranno dunque i parametri per stabilire l’effettivo contagio?

Si faranno tamponi e test sierologici a tutti i lavoratori nella ricerca di qualche imprenditore da multare? Ci sarà la retroattività della normativa, così da non creare disparità di trattamento tra i lavoratori che sono stati contagiati prima del lockdown e quelli che potrebbero contagiarsi nel corso della fase 2?

Interrogativi che la stampa e la sinistra locale sembrano non porsi, interessati come non mai solo al mondo dell’istruzione: l’unico problema è infatti la didattica a distanza, il mancato aumento di 17 euro per i dipendenti pubblici oppure i genitori che devono aiutare i figli a fare i compiti. Problemi certamente complessi e non da sottovalutare, ma certamente è ancor più grave il fatto che attività economiche restino chiuse con il rischio che tante persone non possano più lavorare e facendo sì che neanche il pubblico abbia più risorse sufficienti.