UN PLANTIGRADO, IL NUOVO EROE DEL LIBERTARISMO ITALICO

Dalla mia postazione privilegiata, in bilico tra Bergamo e la val Rendena, da tempo mi godo la diatriba sull’orso M49, tra segnalazioni, catture, fughe, proclami, petizioni e, va da sè, scemenze a cascata sui social.

Già, il nome M49, per questo nuovo eroe del libertarismo italico, è apparso un filo troppo arido ai sanculotti dell’etologia fai da te: Papillon è il nome che meglio si addice a questo novello Steve Mc Queen in pelliccia. E legioni di ambientalisti della domenica, di montanari di nessuna montagna e di esperti di nessuna esperienza, hanno cominciato a strapazzare i baggei all’universo, dalle pagine di internet, tifando per l’orso. Ora, i plantigradi sono animali simpaticissimi, quando li osservi in televisione: nelle messe solenni di Licia Colò, perfino il grizzly, che è un bestione gigantesco, viene descritto mentre ruzza coi propri cuccioli, intenerendo il cuore di milioni di dame di mezz’età, che si coccolerebbero volentieri questo dolcissimo Winnie Pooh, alto tre metri. Nella realtà, l’orso è un animale con cui non è consigliabile scherzare: anche gli orsi alpini, che sono la radice quadrata dei cugini americani, rappresentano una minaccia tutt’altro che trascurabile per lo sfortunato che vi s’imbatta. E hai voglia di dire: state fermi, fate il morto, ignoratelo! Vi voglio vedere, quando vi capita…Ciò nonostante, qualche anno fa, una giunta provinciale particolarmente incline all’ambientalismo astratto, decise di importare dall’estero una colonia di orsi, per reintrodurli in val Genova, dove, un secolo e mezzo fa, pare prosperassero.

Fu una boiata colossale, ovviamente: la val Rendena del 1870 era una terra di migranti, povera e poco popolata. Julius Payer aveva appena scalato per la prima volta l’Adamello e, su per la Scala di Bo’, si avventurava solo qualche taglialegna o qualche pastore. Oggi, quel territorio è stato largamente antropizzato: piazzarci degli orsi avrebbe significato, prima o poi, fare un disastrino. E il disastrino è, puntualmente, arrivato. Gli orsi si sono riprodotti e hanno cominciato a spostarsi, per trovare, ognuno, il proprio territorio: chi è andato a sud e chi a est, ma qualcuno ha pensato bene di andare verso il basso. Ovvero, come si dice qui da noi, in valle. Val Rendena, valle del Chiese, valle dei Laghi, Bleggio: l’allegro plantigrado nulla sa di confini e di toponomastica. Lui va, alla cerca di cibo e di alberi contro cui grattarsi. Così, gli orsi si sono sempre più avvicinati agli uomini: prima, qualche incontro isolato e, poi, escursioni sempre più ardite, lungo ciclabili e statali, tra stabelli e cortili. A farne le spese, per ora, sono stati solo gli animali: pecore, perloppiù. Ma state certi che, prima o poi, ci scapperà l’incidente. E’inevitabile, quando si scherza con i meccanismi della natura, per farsi pubblicità o inseguendo una teoria sbagliata.

Adesso che i buoi, anzi, gli orsi sono scappati dalla stalla, tocca alla presente Giunta di tappare la falla. E lo sapete il proverbio: spesso, xe pezo el tacòn del buso. Il nostro intraprendente M49 o, se preferite, Papillon, debitamente blindato, dopo qualche esternazione un po’ fumantina, ha pensato bene di involarsi, eludendo recinti elettrificati e tondini d’acciaio, proprio nel punto in cui non c’era alcuna telecamera di controllo: davvero un orso arguto, oltre che intraprendente! Nel tripudio dei suoi tifosi, dunque, Yoghi se l’è data a gambe, beffando i suoi carcerieri e, in subordine, l’intera Giunta provinciale.

Uno sberleffo che ci sembra un filo costruito a tavolino, ma tant’è. Ora cosa accadrà? Papillon ha il suo bravo collare ipertecnologico, perciò il ministro Costa chiede di non abbatterlo. I social, ovviamente, tifano per lui: qualcuno intona la sigla di Zorro, qualcuno l’Internazionale. La patata bollente è nelle mani di chi deve, istituzionalmente, decidere. Io, per me, prenderei M49 e lo depositerei nel giardino di uno (o una) di quei furbacchioni che hanno fatto la geniale pensata di riempire d’orsi il Parco Adamello-Brenta. E vedere di nascosto l’effetto che fa…

Marco Cimmino