Emergenza Covid. Gli ospiti delle RSA possono uscire solo da morti

Premetto che sono una persona fortunata, ma non sono così tante altre persone che invece devono sottoporsi ad infiniti calvari per poter andare a visitare i propri anziani nelle RSA. È questo il dramma delle case di riposo: un dramma che continua a essere taciuto anche se dimostra i due volti e le due misure scelte nell’affrontare una emergenza sanitaria mondiale, ovvero da una parte ampie libertà e dall’altra rigidità di regole. Il dramma delle RSA vuole rappresentare l’emblema di tanti problemi presenti nel nostro Paese.

si rimasti alla fase 1, del resto le inchieste giudiziarie procedono e si ha troppa paura per un’apertura che può causare solamente problemi legali per chi gestisce gli le strutture. Del resto è un po’ difficile per tutti sostenere la posizione di chi chiede le aperture e al contempo minaccia azioni legali se si dovessero verificare dei contagi perché in un contesto come questo è impossibile stabilire con certezza se e quando avverrà il contagio, ma è altresì certo anche affermare che il lookdown delle case di riposo non garantirà mai al 100% di evitare possibili contagi.

Bloccare tutto però significa anche un’altra cosa: limitare la libertà personale di chi vive al suo interno, persone chiuse in un vero e proprio carcere dove si può uscire solamente da morto. Eppure quelle persone lì presenti non sono persone che hanno ucciso, violentato o fatto del male a nessuno, anzi sono quelle persone che ci hanno garantito negli anni di raggiungere livelli di benessere alti, ma sono anche quelle persone che troppo spesso vengono dimenticate da quei nipoti che anche grazie ai loro soldi possono andare in vacanza o hanno avuto la possibilità di andare in discoteca quest’estate. Loro sono i dimenticati, dimenticati da una società che ormai è troppo incentrata al bieco individualismo, dove fanno notizia le sparate eclatanti degli intellettuali, semmai buttate lì per cercare un minimo di notorietà. Chi è più fortunato, ma che semmai si trova con un parente ormai che non riesce più a resistere psicologicamente a un isolamento che sta durando troppo a lungo, può entrare dentro una struttura per qualche minuto e per una volta a settimana.

E la prima cosa che assiste, dopo una scrupolosa vestizione per evitare qualsiasi rischio di infettare, è quella di imbattersi in un ospite – che si chiama Alvaro – che con le mani tra i capelli si domanda il perché deve fare questa fine: il cosa ha fatto di male per dover finire i propri giorni isolato dell’affetto di chiunque, senza neanche la possibilità di poter ricevere quelle caramelle che la figlia poco prima gli ha voluto portare per almeno dargli una piccola soddisfazione in una giornata di pioggia. Alvaro mentre mi parlava cercava una carezza, ma era impossibile accontentarlo perché nelle RSA vige quel distanziamento sociale che semmai nei ristoranti o nei bar sta diventando un lontano ricordo.

È questo il dramma inascoltato: il dramma di chi non ha la possibilità di poter esprimere la propria voce perché lì le televisioni non ci vanno, se non quando si cercava di fare lo scoop, di dare una notizia, di fare attacchi politici, in questo caso veramente fuori luogo, nei confronti di una situazione, qual era quella di marzo, quando non si capiva esattamente chi era contagiato e quanto ancora potesse crescere il numero dei contagiati. Appunto il giornalismo e mass media hanno dimenticato questo dramma: gli anziani nelle RSA non fanno notizia così come non fa notizia neanche l’assenza di senso di responsabilità di tutti quelli che semmai si sono divertiti quest’estate, anche grazie ai soldi dei loro genitori o nonni, sino a fare aumentare i contagi.

Senza alcun rispetto e affetto nei confronti di chi semmai quando erano piccoli li portava al parco giochi. Una situazione inumana, inaccettabile e bisogna agire anche per garantire quei diritti umani che solo a parole vengono continuamente citati.