Guerra alla droga. Farla e continuarla senza esserne convinti

Il caso Calderon/Messico: un monito?

Circa 275.000 (duecentosettantacinquemila) morti dal 2007. Sono le vittime della “war on drugs” (guerra alla droga) fatta propria da quegli anni dall’allora presidente del Messico Felipe Calderon. Questo presidente “messicanizzò” una guerra che era stata lanciata nel 1971 dal presidente Usa Richard Nixon quando dichiarò l’abuso di droghe “il nemico pubblico numero uno”, ed ha avuto il determinante sostegno di tutti i presidenti Usa che lo hanno seguito. Guerra che anche i successori di Calderon (il suo mandato finì nel 2012) hanno continuato e continuano sempre col supporto degli Usa.

Duecentosettantacinquemila morti che, se non ci fossero stati rappresenterebbero la popolazione di una media città di qualunque parte del mondo. Morti che con sé, davanti e dietro sé, hanno portato e portano sfascio economico, politico e sociale. Morti che hanno fatto diventare in questi anni il Messico uno dei Paesi più pericolosi al mondo. E questo anche oggi che, col presidente in carica Andrés Manuel López Obrador (popolarmente chiamato AMLO), gli sforzi per interrompere questa violenza civica e umana sono maggiori che in passato. Cosa poi la “war on drugs”, messicana e non solo (ma dove il Messico ha un ruolo determinante, non solo nelle Americhe ma in tutto il mondo) abbia rappresentato e rappresenti per l’instabilità economica, sanitaria e politica, è quotidianità delle strade e della vita di ogni paese o città del Globo.

Questa notizia/vicenda suscita attenzione e riflessione. Nel particolare e in generale.

In generale. Qual è il rapporto di un presidente col suo Stato? Quanto è determinante e condizionante il proprio pensiero e il proprio orgoglio rispetto alla macchina che dirige? E, soprattutto, quali sono e come funzionano gli strumenti per far capire a quelli come Calderon che non sta facendo l’interesse del popolo nel momento in cui lui stesso ha dei dubbi? E perché non hanno funzionato nel nostro caso? Domanda decisamente pleonastica, la nostra. Le risposte sono nella politica, soprattutto nel condizionamento politico che sul Messico hanno gli Usa, con la loro contraddizione di essere i più tenaci finanziatori della “war on drugs” e, nel contempo, di essere il maggiore consumatore delle droghe che arrivano dal Messico, nonché i maggiori esportatori delle armi che i narcos usano in Messico per il proprio business e la destabilizzazione del Paese.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc