Covid-19, col trend di marzo la Sanità pubblica non reggerebbe più di un mese secondo gli esperti

L’allarme sul Covid-19 è tornato ai massimi livelli, dopo che i contagi hanno visto una vera e propria impennata in seguito al rientro a scuola e al lavoro, coincidente con la stagione autunnale. A dare però l’allarme più preoccupante è stato oggi il prof. Alessandro Vergallo.

Intervistato dai microfoni di Radio Cusano Campus, Vergallo – che è Presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri – ha ribadito l’importanza di non trovarsi di nuovo in una situazione critica come quella di marzo. “Nessuno ha la sfera di cristallo, quindi il fattore esponenziale di aumento dei contagi non prevedibile. Tuttavia, se fosse uguale a quello che si è verificato nei primi quindi giorni di marzo, ci porterebbe a raggiungere l’orlo di una crisi del Sistema Sanitario tra non oltre un mese“.

Un allarme che non va sottovaluto, anche e soprattutto perché l’associazione presieduta da Vergallo è quella che ha maggiormente contribuito in prima linea a combattere il Covid, con le rianimazioni che in primavera sono state il vero fronte di battaglia. Bisogna però mitigare la sua uscita analizzando il dato delle terapie intensive. Se infatti al 15 marzo i posti in T.I. occupati da pazienti Covid erano più di 1.500 – per la precisione 1.672 – adesso ci si trova a cifre nettamente inferiori: il bollettino del 15 ottobre parlava infatti di 586 pazienti in terapia intensiva, circa un decimo dei ricoveri ospedalieri totali.

Il dato delle terapie intensive è l’unico confrontabile con i numeri di marzo e aprile” commenta infatti Vergallo. “Pur se la fotografia attuale ci dice che il numero di ricoverati è circa 8 volte inferiore alla situazione di marzo e aprile, il trend che stiamo osservando da circa due settimane relativo alla curva di crescita dei ricoveri nelle nostre rianimazioni ci dice che non si tratta di una risacca della prima ondata ma di una vera e propria seconda ondata“.

Il dato che può aumentare la preoccupazione relativamente alla possibilità di un nuovo stress del Sistema Sanitario Nazionale sta principalmente nell’indice di trasmissibilità Rt. Secondo gli esperti, la situazione sarebbe “gestibile” quando questo rapporto si colloca sotto l’1. Cosa che al momento sembra non verificarsi: dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità, la media nazionale dell’indice Rt è pari a 1,17, quindi leggermente sopra la soglia.

Bisogna dire anche che l’indice viene calcolato sui soli casi sintomatici, che al momento sembrano rappresentare una fetta minoritaria dei positivi visto che oltre 90.000 dei positivi sono in isolamento domiciliare, segno di avere quantomeno sintomi deboli. Tuttavia, l’incremento dei casi sintomatici è palese: nel periodo tra il 28 settembre e l’11 ottobre si sono riscontrati circa 75 pazienti ogni 100.000 abitanti, cifra molto più alta dei 44 ogni 100.000 registrati tra il 21 settembre e il 4 ottobre.

Il valore più alto dell’Rt si sta registrando al momento in Valle d’Aosta, Piemonte e Alto Adige, mentre le regioni pari o sotto al valore limite di 1 sono la Basilicata, la Calabria e il Molise. A preoccupare, inoltre, è la situazione delle terapie intensive: in Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta si sta per raggiungere la saturazione del sistema, visto che potrebbero superare già nel prossimo mese la soglia del 30% di T.I. occupate da pazienti Covid.

Al numero molto alto di contagi, in costante crescita, fa eco anche il record di tamponi effettuati: nel solo 15 ottobre sono stati effettuati quasi 163.000 tamponi, numero estremamente più alto del periodo acuto dell’epidemia. In ogni caso, diverse regioni stanno correndo ai ripari: ne è un esempio il caso della Campania, dove le scuole e le Università sono state chiuse per due settimane per frenare l’ondata di contagi.

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