Crisi Covid-19: il rischio di rivolta acefala.

Una rabbia che, facilissimamente, potrà venire incanalata e sfruttata per scopi tra i più biechi. E rischiamo davvero la catastrofe caotica

Quando immaginava l’Italia di là da venire, Alessandro Manzoni, in “Marzo 1821”, così ne sintetizzava lo spirito: una d’arme, di lingua e d’altare, di memorie, di sangue e di cor. Per molto tempo, fu questo il disciplinare per definire la Nazione italiana. Anzi, meglio: questa fu l’aspirazione cui ambirono tutti i più grandi patrioti italiani.

Anche dopo la proclamazione del Regno d’Italia, quando fu evidente a tutti che le cose non stavano affatto così, si cercò di uniformare la scuola, la società, il culto, a questo canone manzoniano. In ogni provincia si mise mano a vocabolari monolingua, per insegnare l’italiano ai dialettofoni, il servizio militare distribuì scientemente le reclute in ogni angolo del Paese, gli intellettuali scrissero e declamarono opere inneggianti ad una supposta identità nazionale, cercando miti fondanti da proporre al popolo: insomma, fatta l’Italia, si cercò, alla bell’e meglio, di fare anche gli Italiani.

Oggi, però, mi pare di poter dire che, non solo di questa vagheggiata identità non v’è traccia, ma, se possibile, gli Italiani non sono mai stati così diversi, così divisi, così poco fraterni nei reciproci sentimenti. Prendiamo “l’arme”: il nostro esercito, ripensato come arma professionale, dopo la sospensione della leva obbligatoria, ha perso buona parte della sua componente mitopoietica. Insomma, i racconti della naja scompariranno con gli ultimi najoni: oggi, gli alpini, i miei alpini, sono quasi tutti soldati di mestiere, provenienti dalle regioni tradizionalmente vocate a dare alla Patria Carabinieri e Guardie di Finanza. Altro che “Ciao Paìs!”. Saranno più bravi, spareranno meglio, ma, lasciatemelo dire, non sono alpini come li intendo io.

Vogliamo parlare della lingua? Dopo una sconsiderata lotta ai dialetti, oggi siamo giunti all’”italianese”: una non lingua, impoverita dal T9 e infarcita di barbarismi, storture, corruzioni. Tanto che non ci si capisce più tra regioni, fasce d’età e perfino orientamenti ideologici: ognuno adotta un proprio vocabolario.

Quanto all’altare, proprio non riesco a immaginarmi un Bergamasco o un Trentino che applaude freneticamente per il periodico liquefarsi del sangue di San Gennaro o che fa la riverenza al balcone del boss, durante una processione.

Le “memorie”, beh, le memorie mi pare che siano molto diverse da sempre: da storico, ho sempre detto che ritenere una memoria migliore di un’altra sia fare un torto alla storia, ma che fingere che memorie diverse siano, in realtà, condivise, è fare un torto al buon senso.

Del “sangue” è meglio non parlare proprio, in questi tempi di jus soli: il sangue non esiste, l’etnia è un concetto obsoleto e astratto e, quanto alle razze, anche solo nominarle è passibile di denuncia. Mi pare, tuttavia, patente che, al momento, l’Italia non possa essere certamente indicata come una nazione omogenea: non lo era prima del fenomeno migratorio, figuriamoci adesso.

Rimane il “cor”: il sentimento comune, quello che, altrove, viene definito “idem sentire”. Sarebbe bello se, almeno quello, fosse ancora presente e vivo: se ci riconoscessimo tutti in quella bandiera tricolore, in quella marcetta che tante volte ci ha fatto palpitare. Sarà così? Sarà ancora così? La mia impressione è che i nostri governanti, anziché cercare di ricucire i pezzi di questa nostra faticosa e pencolante unità, abbiano fatto di tutto per dividerci, per metterci gli uni contro gli altri, forse ritenendo ancora valida la dottrina romana del ‘divide et impera’. E, per restare all’antica Roma, hanno riproposto la vieta contrapposizione tra patriziato e plebe.

In questi tempi calamitosi e disorientati, in cui la nostra economia rischia il collasso, i nostri vecchi rischiano l’eutanasia e la nostra gente rischia di perdersi, comincio ad avvertire sentore di jacquerie: non di rivoluzione e nemmeno di insurrezione, intendiamoci. Non si devono confondere cose e nomi: io sento odore di rivolta acefala, di una rabbia popolare priva di dottrina, di idee, perfino di obbiettivi. Rabbia e basta.

Rabbia che, facilissimamente, potrà venire incanalata e sfruttata per scopi tra i più biechi. E rischiamo davvero la catastrofe caotica. Il pericolo, nella sua infantile saggezza, il Mameli ce l’ha indicato, più di centosettant’anni fa: perché non siam popolo, perché siam divisi.

E, siccome non ho mai creduto nello stellone italico, ve lo dico: finirà male.

Marco Cimmino