“Con la chiusura della scuola in nome della sanità di Stato, morte educativa di una generazione”: l’allarme di un professore del Liceo Prati di Trento

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Giovanni Ceschi, docente di latino e greco al Liceo Prati di Trento, nonché Presidente del Consiglio del sistema educativo, ha voluto scrivere una lettera aperta in contrasto con le progressive chiusure della scuola, misure adottate per contrastare l’emergenza Coronavirus.

In particolare, le scuole superiori hanno dovuto adottare la didattica a distanza e sembra che questa misura possa essere estesa anche ad alcune classi delle medie, specie nelle regioni considerate come a più alto rischio di contagio. Una misura che penalizzerebbe un settore già messo in crisi nella prima ondata.

La scuola – scrive Ceschi – è un valore supremo. Tra i tanti danni del Covid, c’è anche quello di aver sdoganato la peggiore retorica di sempre sulle nuove tecnologie applicate all’insegnamento, scambiando l’emergenza per innovazione. La pandemia sta così diventando, senza troppo ragionarci sopra, un’occasione imperdibile“.

L’avranno notato insegnanti, studenti e famiglie, che i colossi del web si sono affrettati già in primavera a rendere temporaneamente gratuiti le loro app di videoconferenze e supporto alla didattica online, col chiaro intento di fidelizzare gli utenti per quando l’emergenza sarebbe diventata routine” attacca il professore, che ritiene che questo prolungamento dell’emergenza possa portare i docenti a essere disposti a ritenere accettabile se non addirittura preferibile l’idea di collegarsi da casa per insegnare, senza recarsi in un’aula fisica dove incontrare gli studenti.

Il Covid – prosegue Ceschi – è un’occasione imperdibile anche per gli istituti di ricerca sparsi sul territorio nazionale e provinciale: quando mai ricapiterà di poter vendere la capacità di smanettare su un computer come unico mezzo per dialogare con gli studenti? O di preparare gli insegnanti a farlo in modo innovativo, mettendo a frutto le più evolute tecniche di personalizzazione della didattica?“.

Secondo il professore, tutto questo sarebbe favorito da un corpo docente sensibile da sempre alla retorica della scuola come missione, principalmente per la frustrazione dovuta a un lavoro che dovrebbe presupporre competenze e strategie da libero professionista, pur essendo a tutti gli effetti un impiego pubblico.

Una categoria più consapevole della propria rilevanza strategica nell’economia materiale e ideale del Paese, ovvero ogni altra categoria, prima di discutere dei mezzi avrebbe posto il problema del vincolo contrattuale e dell’efficacia operativa. Il contratto dei docenti prevede l’insegnamento a distanza, davanti a un computer, ripresi da una telecamera e proiettati nelle case, in balia di chiunque voglia registrarli per diffondere, senza effettiva tutela, la loro immagine in rete?” si chiede il docente.

Una simile modalità – prosegue – anche generalizzata, obbligatoria e usuale, è in grado di surrogare quella tradizionale, fondata sulla relazione personale dell’insegnante con i propri allievi, un tutt’uno di contenuti, sguardi, intesa razionale, emotiva e affettiva? Se la risposta è no, come dichiara senza esitazione la stragrande maggioranza di chi l’ha provata, non si potrà certo addurre il diritto costituzionale all’istruzione per affermare la necessità di un così inefficace e triste surrogato solo per assenza d’alternative“.

Secondo Ceschi, poi, il Covid è un’occasione imperdibile anche per il sistema scuola inteso come Pubblica Amministrazione, che difende il diritto dell’ingranaggio burocratico a funzionare, o in presenza o a distanza, perché il lavoro dell’insegnante è, a suo dire, omologato a uno sportello pubblico, da tenere aperto perché la sua funzione è in minima parte educativa e formativa e in larga misura certificativa, accuditiva e surrogante dei compiti della famiglia.

Al netto di ogni retorica – prosegue – la pandemia sta dimostrando nella forma più icastica e immediata l’opinione comune che gli insegnanti non sono altro che impiegati: così come posso ritirare un certificato da uno sportello informatizzato, allo stesso modo posso seguire la lezione in tutta comodità e sicurezza dal computer di casa. Che differenza c’è?“.

Però, oltre all’incapacità di uno schermo di computer di sostituire un insegnante in carne e ossa, vi è anche il problema dell’accudimento di bambini e ragazzi minorenni, che non possono restare a casa da soli mentre i genitori lavorano, a meno che non siano in smart working. Così si spiega perché le fasce adolescenziali restano aperte il più possibile, senza però tenere conto della dimensione educativa e didattica della scuola in presenza.

L’alternativa, secondo Ceschi, è quella di non considerare la scuola come un segmento della società civile sacrificabile in proporzione diretta con l’inevitabile mobilitazione correlata di persone, così come ogni settore produttivo. La scuola, a suo parere, andrebbe considerata come il cuore pulsante del Paese, l’unica speranza di futuro che si ha e che non si può fermare se non al prezzo di privarsi di speranza nel futuro.

Si è detto, talora anche con demagogia e populismo, che chiudendo ristoranti e locali pubblici non saremmo morti di Covid ma di fame. Ebbene, se invece di adottare tutte le strategie possibili di pianificazione, come gli orari d’ingresso e uscita scaglionati, la flessibilizzazione dell’orario in presenza dei docenti, il potenziamento dei mezzi pubblici e gli screening epidemiologici a tappeto della popolazione scolastica, se invece di fare tutto questo si preferisce chiudere la scuola, non moriremo di Covid ma di povertà ideale” afferma il professore, che chiarisce come questo termine non sia da intendersi come sinonimo di ignoranza, quanto piuttosto di incapacità di giustificare alle nuove generazioni il senso di un’ideale più alto dell’integrità fisica, come invece è stato compreso in molti Stati europei che hanno mantenuto nella scuola una certa normalità.

Chi chiude la scuola in nome di una sanità di Stato, avrà sulla coscienza la morte di fame educativa di un’intera generazione. La maggioranza degli studenti ha davvero fame di scuola e potrebbero chiederci, un giorno, perché non abbiamo fatto l’impossibile per garantire questo loro diritto, prima di ogni altro” conclude Ceschi.