Ora il NYT (dopo aver elogiato Conte) ora lo critica: ecco perché

Stamane, sulla prima pagina del famoso quotidiano statunitense “The New York Times”, è comparso un articolo dal titolo Inaction Fueled Disaster as Virus Crept Into Italy, un lungo reportage con il quale il Times ha voluto fotografare la situazione italiana, con particolare attenzione alla Provincia di Bergamo, durante la prima ondata di coronavirus. 

L’articolo, ripreso anche nella versione online del quotidiano con il titolo “The lost days that made Bergamo a Coronavirus tragedy” (I giorni perduti che hanno reso Bergamo una tragedia del Coronavirus), risulta nello specifico un lungo e dettagliato report di come l’Italia abbia gestito le fasi iniziali della pandemia in una delle zone diventate simbolo dell’emergenza sanitaria come la provincia di Bergamo. 

Non solo, il Tymes oltre a fotografare la situazione bergamasca si è lasciato andare anche a giudizi, non proprio lusinghieri, sull’esecutivo italiano, lasciando intendere come il tracollo di Bergamo e della Lombardia sia stato anche frutto di alcune negligenze a livello organizzativo, con principali colpevoli l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Governo.  

Se per l’OMS, con le sue linee guida iniziali sui test anti-covid, la colpa sarebbe quella di aver “generato un senso di sicurezza fuori luogo” e “di aver aiutato i medici a diffondere il virus”, il Governo, tardando a prendere una decisione definitiva sulla chiusura della provincia di Bergamo, avrebbe contribuito all’espansione della pandemia e all’aumento vertiginoso dei casi. 

“Il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, si è rivolto pubblicamente ad un comitato di consulenti scientifici, che ha formalmente proposto di seguire l’esempio di Lodi e di chiudere la città di Bergamo. In privato, però, le lobby commerciali nazionali lo hanno esortato a non chiudere le attività produttive della zona. Alla fine, dopo giorni critici, pieni di tentennamenti burocratici e di litigi tra Roma e le autorità regionali, il governo ha deciso che il tempo per salvare Bergamo era passato. Con il virus fuori controllo nella provincia e con i cluster che emergevano tutt’intorno, il governo ha aspettato troppo ed il problema si è ingigantito. Due settimane dopo che il signor Orlandi era risultato positivo al test, l’Italia ha bloccato l’intera regione. Poi il paese. Ma Bergamo era ormai persa” (tradotto dall’inglese). 

In estrema sintesi il lungo e dettagliato reportage pubblicato dal New York Tymes, oltre a ripercorrere i primi drammatici momenti della pandemia a Bergamo, ha (nemmeno troppo velatamente) accusato il Governo Conte e le istituzioni italiane di aver atteso troppo, cercando di salvaguardare l’economia e gli interessi privati, prima di fare qualcosa. Agendo quando ormai, per Bergamo era troppo tardi. 

L’accurata indagine del New York Times però, non tiene conto di numerosi fattori, su tutti quello che “ai tempi” il Covid-19 non era così conosciuto come oggi e non si sapeva bene né come trattarlo né quale fosse la sua precisa eziologia. Non solo, una volta scoperto qualcosa di più l’Italia è stata tra le prime nazioni europee ad adottare misure durissime pur di salvaguardare la propria popolazione, mettendo (per mesi) interessi economici e sociali in secondo piano. 

Inoltre è bene ricordare come l’Italia, anche grazie al suo atteggiamento prudente nei confronti della pandemia, sia stata presa a modello dalle istituzioni europee per il modo in cui ha gestito una situazione emergenziale senza precedenti

Lo stesso, purtroppo, non si può dire degli Stati Uniti che inizialmente risparmiati dalla piaga del Covid-19, non hanno saputo far tesoro dell’esperienza europea (errori compresi) e sono rapidamente diventati tra i paesi con il maggior numero di contagiati (13.4 milioni di casi totali) e di morti (267 mila), con la curva pandemica sempre in costante ascesa da aprile ad oggi. 

Nessuno vuole sminuire gli errori commessi dall’Italia nella prima fase dell’emergenza sanitaria. Errori che hanno portato, disgraziatamente, a numerose vittime. Ma prima di attaccare apertamente un paese, tra i primi al mondo a doversi confrontare con una problematica simile, senza prima aver guardato con attenzione alla situazione in casa propria, è senza dubbio un atteggiamento sbagliato e, assolutamente, da condannare. 

In questi casi, torna d’attualità il detto, tratto dall’opera lirica “Il ritorno d’Ulisse in patri” del ‘600: “Un bel tacer non fu mai scritto”. 

C.A.R.