Recovery Plan, il Governo vorrebbe impegnare solo il 4,5% dei fondi nella sanità. 74 miliardi alla “rivoluzione verde”

Conte

Si stanno inseguendo le trasposizioni giornalistiche delle varie voci di spesa del Recovery Plan, ovvero il piano di utilizzo dei fondi europei del Next Generation Europe stilato dal Governo Conte II. Un piano che però passerà anche dalla risoluzione del MES, che andrà al voto al Senato nelle prossime ore e potrebbe non trovare una maggioranza chiara e definita.

Procedendo con ordine, quello che desta subito scandalo è la quota dei 196 miliardi di euro dei quali beneficerebbe l’Italia destinati alla sanità: pare che infatti il Governo abbia pensato di spenderne solo 9, divisi in 4.8 per l’assistenza di prossimità e la telemedicina e altri 4.2 per innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria.

Sarebbero impegnati quindi solo il 4.5% dei fondi in un settore che invece necessiterebbe di interventi di ristrutturazione più profonda, come dimostrato dai numeri terribili delle terapie intensive nella fase più imponente della pandemia ma anche dalla mancanza di presidi ospedalieri per consentire le cure a malati cronici che in certi casi non vengono proprio trattati per privilegiare i malati Covid nel corso delle “ondate”.

Non va meglio al settore dell’istruzione e della ricerca, che pure sarebbero interessati a doppio mandato con la prevenzione di nuove catastrofi sanitarie: la polemica sullo sblocco delle borse di specializzazione non ha infatti trovato grande accoglienza nel Recovery Plan, visto che i 19.2 miliardi ipotizzati – meno del 10% dei fondi disponibili – verrebbero investiti nel potenziamento della didattica e del diritto allo studio con 10.1 miliardi e nel passaggio dalla ricerca all’impresa con altri 9.1 miliardi.

Quasi paritario con il settore dell’istruzione, è il capitolo dedicato alla parità di genere e alla coesione sociale: a questi due ambiti interni ai “diritti civili” verranno infatti destinati 17.1 miliardi. All’interno di questo capitolo di spesa, ci sono voci abbastanza disparate, poiché si passa dai 5.9 miliardi assegnati al terzo settore e allo sport – settori che, specie nel ramo dilettantistico del secondo, interessano la crescita sociale e fisica di migliaia di ragazzi – ai 4.2 miliardi per il raggiungimento della parità di genere, quasi come se fosse un problema economico e non culturale. Peggio ancora va ai giovani, ai quali saranno destinati appena 3.2 miliardi per l’inclusione nel mondo del lavoro, cifra inferiore anche ai 3.8 miliardi di “interventi speciali di coesione territoriale” non meglio specificati.

Importante invece la spesa destinata alle infrastrutture per la mobilità sostenibile: ben 27.7 miliardi pari al 14% dei fondi europei, con un’intensa attività di installazione di alta velocità ferroviaria in tutto il Paese e la manutenzione stradale 4.0 che verranno incentivati con una spesa di circa 24 miliardi. Ulteriori 4 miliardi saranno destinati alla logistica integrata. Queste riforme sarebbero anche auspicabili per certi versi, con un Paese che – soprattutto nel Centro-Sud – vive un’arretratezza infrastrutturale che non consente di competere con i “big” europei. Il dubbio sta piuttosto nella realizzazione pratica di questo “Rinascimento infrastrutturale”, visti soprattutto i retaggi No Tav del Movimento 5 Stelle, principale partito di Governo.

Al secondo posto nelle voci di spesa c’è la digitalizzazione e l’innovazione nella competitività: 35 miliardi e mezzo alla digitalizzazione 4.0 e all’innovazione, 10 miliardi in innovazione e sicurezza della Pubblica Amministrazione più ulteriori 3 miliardi assegnati a cultura e turismo portano a un totale di 48.7 miliardi, quasi un quarto della spesa totale. Da capire soprattutto se nella digitalizzazione 4.0 siano compresi gli allacci alla fibra ottica per tutte le aziende del Paese, fermi al 2018 al 36% delle zone industriali. Altro dubbio riguarda i 10 miliardi per l’innovazione e la sicurezza della Pubblica Amministrazione: i continui bug del sistema sperimentati con l’app IO, con il bonus mobilità e con i 600 euro per le Partite IVA testimonia la necessità di una ristrutturazione in quel senso, con la speranza che non diventi un bonus “a pioggia” ma un investimento strutturale.

La maggior parte della spesa – e delle polemiche a essa collegate – è invece rappresentata dalla “rivoluzione verde” e la transizione ecologica: ben 74.3 miliardi, pari a poco meno del 40% della spesa totale. Una cifra secondo molti sproporzionata rispetto alle reali necessità del settore, con dei dubbi anche nella distribuzione interna alle singole voci di spesa del suddetto capitolo. Andranno infatti 6.3 miliardi all’impresa verde e all’economia circolare, 9.4 alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio idrico italiano, 18.5 di transizione energetica e mobilità sostenibile locale e infine 40.1 alla riqualificazione energetica degli edifici.

Quello che sorprende non è tanto il fatto che la rivoluzione verde venga presa così tanto in considerazione, d’altronde il Green New Deal era alla base dell’accordo di Governo tra il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le due forze minoritarie di centrosinistra Italia Viva e Liberi e Uguali. Quello che desta invece perplessità è la mole di questi investimenti in relazione a quelli destinati a una sanità che si è mostrata in netta difficoltà, specie se paragonata a competitor come la Germania o la Francia. Dei miliardi assegnati alla mobilità sostenibile poi si spera che non siano tutti impegnati in monopattini o attrezzature simili, ma servano a una vera riqualificazione ecologica del trasporto pubblico urbano, ogni riferimento ai mezzi antiquati di certe città italiane è puramente voluto.

In chiusura, per i 40 miliardi di riqualificazione energetica e i 6 per l’impresa verde, verrebbe da riprendere le leggi di Vincent de Gournay, uno dei protoliberali e principali avversari del colbertismo, ovvero dell’intervento preponderante dello Stato nel mercato. Il laissez-faire, infatti, ha portato centinaia di aziende multinazionali a favorire l’uso di materiali e imballaggi riciclabili, ha portato a una crescita esponenziale della filiera del km 0 e a un progressivo investimento degli stabilimenti produttivi in strutture per il risparmio energetico. In questo specifico settore, forse il mercato – e i vantaggi di sistemi produttivi a minor dispendio di energie e maggior risparmio economico e materialistico – può incidere più di un Governo. Destinando parte di quei 74 miliardi a settori dove, invece, il mercato ha molta meno voce.

Riccardo Ficara Pigini