Le concessioni del Re di coppe

“permettiamo agli Italiani di andare da qui a lì”

Cosa ci vuole perché un popolo scenda in piazza e dica basta? La tassa sul macinato? Una guerra persa, un attentato, leggi liberticide? In Francia, basta alzare l’età pensionabile: da noi sarebbe impensabile.

Ogni popolo ha la sua percezione della libertà. D’altronde, ai tempi belli della mobilitazione permanente, gli Italiani manifestavano pressoché ogni fine settimana: per il Nicaragua e per il carovita, per Che Guevara e per Mao Dse Dong. Evidentemente, hanno fatto una tale scorpacciata di manifestazioni balenghe da non volerne più sentir parlare per i prossimi cinquant’anni.

Perfino i sindacati, un tempo battaglieri difensori di qualunque contrattino, di qualsivoglia istanza dei lavoratori, oggi sembrano micetti con le pantofole e digeriscono ogni vessazione, ogni, violazione contrattuale, come fossero yoghurt magro biologico.

Così, noi possiamo incassare un “permettiamo agli Italiani di andare da qui a lì”, pronunciato dal più insignificante uomo politico della storia universale, da un poveraccio che vendeva aranciate allo stadio, come se la concessione provenisse dal faraone Ramsete II. Noi siamo diventati questo: un popolo di sudditi. E non sudditi di un sovrano legittimo e neppure di un geniale tiranno, alla Napoleone: sudditi di gente che, soltanto qualche anno fa, non sapeva come mettere insieme il pranzo con la cena.

Gente che non avremmo assunto per farci tagliare l’erba del giardino oggi ci taglia la vita: ci impone gabelle e regole che paiono a tutti il prodotto di una stupidità infinita e fatta dogma. Eppure, obbediamo: eppure chiniamo la testa e facciamo finta di nulla. Non perché siamo bravi: questa non è bravura, è apatia, è vigliaccheria, è rincoglionimento collettivo. Viene sempre un momento in cui gli uomini liberi devono lottare per difendere la propria libertà: oppure non sono uomini.

E, se non basta il cumulo di bugie che ci è stato propinato, se non bastano le boutades da monarca assoluto, se non basta un’incapacità assoluta, patente, irrevocabile, cosa dovrebbe bastare? Ve lo dico io: nulla. L’Italia, intesa come comunità nazionale di cittadini operosi, è morta. Dello spirito che era il collante di tante realtà diverse e che permetteva loro di convivere non rimane nulla: e, prima o poi, ci divideremo.

I venditori di bibite da una parte, a emanare proclami da re di coppe: la gente perbene, la gente normale, la gente che lavora, dall’altra. E a qualcuno tornerà in mente la vecchia teoria dei tre regni, che fu alla base del pensiero risorgimentale e che trasudava logica e buon senso.

Vi farò una profezia facile facile: il 7 gennaio riapriranno le scuole e, puntualmente, due settimane dopo, i contagi inizieranno a risalire. Non sarà la terza ondata, con cui ci stanno preparando all’ennesima chiusura: sarà l’inevitabile effetto di una riapertura scolastica fatta per ragioni demagogiche, ma senza che si sia minimamente messo mano al problema dei trasporti, che è la vera ragione di contagio.

Come a ottobre ci hanno raccontato che eravamo stati cattivi ad agosto e, perciò, la pagavamo, ci diranno che, a Natale, non abbiamo rispettato le regole e, perciò, la pagheremo.

E noi, arrabbiati e spaventati, perfettamente coscienti dell’ennesima panzana, piegheremo ancora la testina.

Finchè qualche ex disoccupato napoletano non ci permetterà di rialzarla.

Ma solo un pochettino e solo se saremo buoni.

Marco Cimmino