I rischi dell’iper-regolamentazione neoliberista

Qualcuno confonde l’iper-regolamentazione neoliberista, piuttosto evidente in un costrutto neoliberista come l’Unione Europea, con lo statalismo. Nel senso che crede che “liberismo = assenza di regole”, mentre “statalismo = regole”.

Ma la verità non è questa, né potrebbe mai esserlo se solo si conoscesse minimamente l’ideologia neoliberistail cui scopo è concentrare la ricchezza, attraverso un passaggio della stessa dai piccoli alle oligarchie. Trattasi di un vero e proprio processo di erosione della ricchezza diffusa, di cui le istituzioni neoliberiste si fanno strumento e garanti del successo.

In sintesi, due sono le ragioni che vedono la proliferazione delle regole in un sistema che urbi et orbi proclama le “liberalizzazioni”, e che nel farlo mostra però un’apparente contraddizione logica tra regole e mercato, che invero contraddittoria non è, e che, per tale ragione, confonde le menti semplici, le quali pensano che questo proliferare di leggi e regolamenti – sia a livello nazionale e sia a soprattutto a livello UE – trovi la propria causa nello “statalismo socialista” (che non c’è), e non già nel suo esatto opposto.

La prima ragione è legata alla stessa costruzione di un sistema economico ordoliberista. In tale sistema, infatti, il mercato è “sacro”. La concorrenza è sacra. Ma non si pensi però a una concorrenza astratta o accademica, o solo teorica. Si pensi invece a una concorrenza vera, concreta, reale, che vede in competizione, non una miriade di operatori in un contesto di libero accesso al mercato, ma pochi operatori, accumulatori di grandi capitali, che competono tra loro, deflazionando il lavoro, in un mercato dove le istituzioni statali diventano i “buttafuori” che controllano se tu – aspirante operatore – sia “degno” di entrare nell’arena oppure no. Dunque, un mercato concorrenziale che non è per tutti, ma è per chi se lo può permettere, perché ha i capitali. Insomma, un club esclusivo. E i buttafuori, in tal caso, sono controllati da chi gioca dentro l’arena, attraverso il meccanismo che vedremo poi.

L’iper-regolamentazione, dunque, ha uno scopo evidente: ostacolare più che agevolare il libero accesso al mercato. Che non deve essere per tutti, ma solo per chi ha il peso e il potere per accedervi. Un mercato elitario, perciò. Un sistema che contraddice persino il liberismo classico teorico. Un “liberismo reale”, fatto di regole che rendono il mercato un club per pochi eletti, che competono tramite i puri rapporti di forza, imponendo regole di accesso spesso insuperabili o comunque complicate e ostiche da rispettare, se non si dispone di ingenti capitali (e del conseguente potere economico-politico).

Questa però è una prima ragione. La seconda è comunque connessa. Infatti, un sistema ordoliberista richiede assenza di sovranità monetaria per gli Stati e una banca centrale indipendente che non risponda al potere politico e non conceda acconti al Tesoro né monetizzi il debito. Gli Stati – che assumono il ruolo di buttafuori nell’anzidetto mercato – per recuperare risorse per finanziarsi puntano essenzialmente sul fisco. Soprattutto quello indiretto. Indebitarsi sui mercati (e cioè con i loro “principali”, v. supra), diventa infatti particolarmente rischioso per essi se non si possiede una banca centrale lender of last resort che tenga i tassi calmierati. Perciò, l’iper-regolamentazione si pone sia come sistema di controllo di accesso al mercato in nome e per conto delle élite economiche, sia come sistema di finanziamento statale, attraverso l’uso della tassazione e della polizia fiscale (che – sappiamo – si indirizza soprattutto verso i piccoli e il risparmio diffuso), e sia infine come mezzo di controllo delle istituzioni politiche, affinché non deraglino dal tutelare gli interessi elitari.

Insomma, l’iper-regolamentazione di cui spesso ci si lamenta, ha davvero poco a che vedere con lo statalismo. Che non è altro che il ruolo attivo dello Stato nel mercato, del quale, invero, in un sistema neoliberista non v’è traccia (essendo palesemente vietato). Eppure, nonostante questa evidente verità, assistiamo a una lievitazione costante delle regole, le quali incidono soprattutto sul piccolo risparmio e soffocano il lavoro dipendente, quello autonomo e quello professionale, mentre salva il grande capitale e la rendita, e cioè il profitto degli attori dei mercati che finanziano gli Stati-buttafuori, privi di sovranità monetaria.

Parlare di statalismo davanti alla selva di regole, il cui unico scopo è favorire il dominio delle élite finanziarie detentrici dei grandi capitali, e che servono oltremodo per drenare ricchezza dai piccoli risparmiatori e dai lavoratori, è un errore grossolano che però, dopo trent’anni di propaganda neoliberista, è quasi naturale fare. Purtroppo.