I partiti terrorizzati dalle correnti. Il dissenso non è più tollerato

Arriva il lìder minimo, riciclato, a guidare i 5 Stelle e subito si scaglia contro le “correnti”. Arriva Enrico staisereno Letta al vertice del Pd e parte l’offensiva contro le correnti. A Berlusconi la sola idea di correnti in Forza Italia procurava l’orticaria. Ai partiti politici italiani non piace l’idea del dissenso, del confronto interno. Piccole o grandi formazioni non tollerano chi non si allinea con i diktat delle segreterie nazionali.

Non piace l’autonomia sul territorio, non piacciono le iniziative prive del bollino centrale, non piacciono proposte nuove.

Eppure la vitalità della politica italiana è sempre stata legata alle correnti. Definite magari in altro modo, ma la frammentazione interna ha sempre rappresentato un fattore di crescita, di miglioramento. Aveva correnti, e tante, il fascismo, con Mussolini come elemento di sintesi tra monarchici e repubblicani, tra anarchici e liberali, tra cattolici e mangiapreti, tra capitalisti e comunisti.

E la forza della Dc è sempre stata nella vivacità delle correnti che riuscivano a trovare modo di coesistere al governo pur tra feroci litigi tra fanfaniani e morotei, tra andreottiani e seguaci di Donat Cattin. Senza scissioni, a differenza di quanto avveniva tra i socialisti, dispersi in mille rivoli e poi di nuovo insieme, ma litigando sempre e facendo politica attraverso scontri e rinnovamento. 

Non mancavano le correnti neppure nel vecchio Msi. Anche prima della scissione demonazionale. E persino il ferreo Pci tollerava al suo interno un vero dibattito. Certo, Togliatti non consentiva critiche strutturali all’Urss, ma una volta reso omaggio a Stalin si poteva litigare su vari aspetti, dalla letteratura all’economia, dalla tecnica all’arte. 

Ora, però, il dissenso interno pare diventato il male assoluto. Quando, al contrario, sarebbe sempre più fondamentale per scuotere partiti fermi, noiosi, privi di slanci che vadano al di là della corsa alla poltrona. Servirebbe più cultura per poter individuare i cambiamenti della società, per interpretarli e trasformare l’analisi in proposta. Servirebbe la capacità di provocare, di spiazzare. 

Indubbiamente Letta non gradirebbe una corrente interna che gli ricordasse i discorsi di Marx sul rischio connesso all’esercito industriale di riserva, ora conseguenza dell’immigrazione imposta dal Pd. Conte non gradirebbe una corrente che gli facesse notare il fallimento dell’uno vale uno con il crollo della professionalità che ne è derivato. Salvini non gradirebbe una corrente che riproponesse Miglio, un vero federalismo, la tutela delle piccole patrie. E chissà che effetto farebbe a destra una corrente in Fdi che si chiamasse “Europa” e che obbligasse il circolo della Garbatella a confrontarsi con qualcosa di più complesso degli slogan su “più soldi per tutti”. 

Troppo complicato, per tutti. Il dissenso non è più tollerato. Le sfide sulle idee non piacciono. E si lascia spazio ai tecnocrati trasformati in Divinità.