Covid. Studio ISS-San Raffaele evidenzia: “anticorpi persistono nel sangue fino a 8 mesi”

“Gli anticorpi neutralizzanti contro SARS-CoV-2 persistono nei pazienti fino ad almeno otto mesi dopo la diagnosi di Covid-19, indipendentemente dalla gravità della malattia, dall’età dei pazienti o dalla presenza di altre patologie. Non solo, la loro presenza precoce è fondamentale per combattere l’infezione con successo: chi non riesce a produrli entro i primi quindici giorni dal contagio è a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19”.

E’ iniziata così la nota con la quale l’Istituto Superiore della Sanità (ISS) ha reso noti i risultati di uno studio, condotto dall’Ospedale San Raffaele di Milano (in collaborazione con lo stesso Istituto), che aveva come obiettivo quello di fornire indicazioni precise sulla durata dell’immunità contro il Covid-19 e indicare i pazienti con il rischio più alto di contrarre l’infezione in forma grave.

L’Istituto Superiore della Sanità, attraverso il proprio sito internet, ha inoltre evidenziato come i risultati di questo studio siano stati pubblicati sulla rivista specializzata Nature Communications, e come lo stesso sia riuscito a mappare l’evoluzione della risposta anticorpale al Covid-19 e fornire importanti indicazioni sia per la gestione clinica della malattia, sia per quanto concerne il riconoscimento dei pazienti a maggior rischio di forme gravi e sia per il contenimento epidemiologico della pandemia.

Tale studio, condotto su un campione di 162 pazienti positivi al Covid-19 presentatisi al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Raffaele durante la prima fase della pandemia, ha preso in esame campioni di sangue dallo scorso marzo/aprile sino al mese di novembre 2020. Oltre agli anticorpi specifici e neutralizzanti contro il virus SARS-CoV-2, i ricercatori hanno indagato nei pazienti anche la riattivazione degli anticorpi per i coronavirus stagionali (quelli responsabili del classico raffreddore) con l’obiettivo di verificare il loro impatto sulla risposta contro il Covid-19.

La stessa coordinatrice della ricerca, Gabriella Scarlatti, in merito ha affermato: “Questi anticorpi riconoscono parzialmente il nuovo coronavirus e possono riattivarsi a seguito del contagio, pur non essendo efficaci nel neutralizzarlo. Il timore era che la loro espansione potesse rallentare la produzione degli anticorpi neutralizzanti specifici per SARS-CoV-2, con effetti negativi sul decorso dell’infezione.”

Anche altri due ricercatori del team, Andrea Cara e Donatella Negri, hanno voluto precisare: “Questo lavoro rappresenta un entusiasmante sforzo di collaborazione che unisce il nostro interesse nella valutazione della risposta immunitaria contro diversi agenti infettivi con l’esperienza all’interno delle nostre istituzioni, focalizzata sullo sviluppo di metodi immunologici innovativi, efficaci e capaci di dare risposte in tempi rapidi”.

I risultati hanno evidenziato come la presenza precoce di anticorpi neutralizzanti sia collegata ad un migliore controllo del virus e a una maggiore sopravvivenza dei pazienti. Ciò è stato riscontrato nella maggior parte dei casi: il 79% dei pazienti arruolati ha infatti prodotto con successo questi anticorpi entro le prime due settimane dall’inizio dei sintomi, e chi non l’ha fatto è risultato maggiormente a rischio di contrarre forme gravi della malattia, a prescindere da età o patologie pregresse.

Quanto abbiamo scoperto ha delle implicazioni sia nella gestione clinica della malattia nel singolo paziente, sia nel contenimento della pandemia. Secondo i nostri risultati, infatti, i pazienti incapaci di produrre anticorpi neutralizzanti entro la prima settimana dall’infezione andrebbero identificati e trattati precocemente, in quanto ad alto rischio di sviluppare forme gravi di malattia. Gli stessi risultati ci danno però anche due buone notizie: la prima è che la protezione immunitaria conferita dall’infezione persiste a lungo; la seconda è che la presenza di una pre-esistente memoria anticorpale per i coronavirus stagionali non costituisce un ostacolo alla produzione di anticorpi contro SARS-CoV-2. Il prossimo step è capire se queste risposte efficaci sono mantenute anche con la vaccinazione e soprattutto contro le nuove varianti circolanti, cosa che stiamo già studiando in collaborazione con i colleghi dell’ISS” ha poi aggiunto ancora Gabriella Scarlatti