Afghanistan: chi vince e chi perde

Gli elicotteri che hanno trasportato gli americani in fuga dall’ambasciata di Kabul erano diversi, più moderni, rispetto a quelli che trasportavano i fuggitivi da Saigon. Per il resto la scena era la medesima, checché possa sostenere l’amministrazione Biden. Ma, in realtà, qualche differenza esiste, e di non poco conto. Perché, terminato il conflitto in Vietnam con una vergognosa sconfitta, gli Stati Uniti erano riusciti comunque a gestire i rapporti con Hanoi, approfittando anche dello scontro tra Vietnam e Cina. Ed i nemici comunisti si sono trasformati in adorati consumatori di prodotti americani.

A Kabul no. La sconfitta è totale, anche se Stanlio ed Ollio, Borrell (Ue) e Stoltenberg (Nato), credono ancora di poter minacciare i talebani con la prospettiva di un isolamento internazionale. In realtà ad essere isolati saranno gli atlantisti. Perché il mondo è cambiato anche se a Washington non se ne sono accorti. Dunque gli Usa sono i veri, grandi, sconfitti della guerra in Afghanistan. Oltre 3mila morti, un costo colossale per l’occupazione ventennale ed ora tutto torna come prima. A partire dalla produzione e traffico di droga che resta un elemento fondamentale ma volutamente dimenticato.

Sconfitta è anche la Nato, alleanza sempre più inutile nello scenario globale sebbene importante per creare tensioni a livello mondiale e per rappresentare una sorta di monito per i Paesi costretti ad ospitarne le basi. Quasi superfluo rilevare il fallimento dell’Unione europea, agli ordini di Washington che non sa vincere le guerre ma è perfettamente in grado di far perdere la pace ai vassalli europei. Ora milioni di profughi afghani si riverseranno alle frontiere europee. Bisognerà spiegare a Lamorgese ed agli immigrazionisti vari che gli afghani sono indoeuropei (con qualche minoranza tagika) e che difficilmente si abbronzano nel viaggio a tal punto da confondersi con nigeriani e congolesi.

Ma se gli atlantisti hanno perso, e male, sono in molti a poter vantare una grande vittoria. A partire dalla Cina che è diventata la grande protettrice del futuro governo di Kabul. Pronta a sostenerlo politicamente, pronta ad investire per la ricostruzione anche perché l’Afghanistan sarà una tappa importante della Via della Seta. Anche Mosca è destinata a far parte dei vincitori. Dimenticata l’occupazione sovietica, i talebani  hanno apprezzato il segnale di tenere aperta l’ambasciata russa a Kabul. Ci sarà da risolvere qualche tensione con il Tagikistan, protetto da Mosca, ma si troverà una soluzione. Così come si troverà un’intesa con Teheran, nonostante le divergenze tra sciiti e sunniti. I talebani sono molto più pragmatici di quanto pensino Stanlio ed Ollio.

C’è un altro grande protagonista che viene spesso dimenticato: Erdogan. Il leader turco, anche attraverso la Fratellanza musulmana, si è ritagliato un grande spazio nei rapporti con i talebani. Giocando anche sull’alleanza con il Qatar e dimostrando una invidiabile capacità di movimento anche con scelte spiazzanti e che possono sembrare ciniche per la variabilità delle alleanze. Sotto questo aspetto Putin è più in difficoltà. Perché ha un rapporto preferenziale con l’Egitto che è in contrasto con la Turchia; ed ha un rapporto stretto con l’India che si ritrova ora circondata dall’alleanza tra Cina, Pakistan ed Afghanistan. Servirà il miglior Lavrov per gestire questo nodo gordiano.

E l’Italia? Non pervenuta. Come quei giocatori messi in campo al 95* minuto per gestire i secondi finali di una partita di calcio, l’Italia non può andare al di là del “Ng”. Giggino non ha probabilmente ancora capito dove sia l’Afghanistan, Sua Divinità Mario Draghi attende gli ordini di Biden, Lamorgese e Letta sono già impegnati per spacciare come afghani i migranti in arrivo dalla Libia, il centrodestra sta preparando i comunicati in vista di nuovi attentati jhadisti. Ed i lungimiranti imprenditori italiani ignorano l’India che ha un interscambio con l’Italia inferiore a quello della piccola Slovenia.