Il “ducismo”, malattia infantile dei renitenti alla vanga della politica

“Il costante incombere di un capo carismatico e l’acquiescenza passiva di tanti fedeli acritici..[non li rende] in grado – domani – di essere classe dirigente”. Era il 1987 quando Gaetano Rasi scrisse queste parole che ora fanno parte dell’introduzione a “Guerra Rivoluzionaria”, un testo di Ugo Spirito redatto nel 1941 direttamente per Mussolini ed ora pubblicato da Luni Editrice in una collana diretta da Giuseppe Parlato ed Ester Capuzzo.

Spirito si riferiva a quello che lui, con lo stesso capo del fascismo, definiva “ducismo” sottolineandone i rischi per il dopo Mussolini. Rasi riportava il concetto nella realtà contemporanea anche se, in quell’anno, i partiti politici erano ancora quelli tradizionali: Dc, Pci, Psi, Msi, e poi repubblicani, socialdemocratici, liberali. Si affacciava alla ribalta la Lega Lombarda che non arrivava allo 0,5%. Ma non era ancora iniziata la deriva verso i partiti personali e personalizzati.

Eppure Rasi, una delle teste pensanti del Msi, aveva già ben presenti i rischi del ducismo. Che, per Spirito – il “profeta del corporativismo” – erano quelli di creare una classe di collaboratori del Duce che al posto del ruolo di àrbitro preferiscono dedicarsi all’arbìtrio, scadendo nell’abuso e compromettendo la rivoluzione. E ciò avviene quando una classe arbitrale trasforma la propria funzione in privilegio, “traendone tutto il vantaggio possibile ai fini dei propri interessi particolari”.

Sicuramente un libro che non doveva essere pubblicato, quello di Spirito. Perché sono davvero molto pochi quelli che possono apprezzarlo ed amarlo. Certo non i ducetti dei vari partiti, che si ritrovano sul banco degli imputati; non i componenti dei vari circoli magici dei rispettivi movimenti politici, accusati di arbitrio e di farsi i propri interessi; non i professionisti dell’antifascismo, costretti ad ammettere che esistevano intellettuali fascisti liberissimi di criticare Mussolini e di scrivere dei saggi per nulla allineati e messi direttamente sulla scrivania del Duce; non i neofascisti acritici per i quali il Duce non sbagliava mai; non i destri attuali perché Spirito e Rasi insistono continuamente sul ruolo imprescindibile delle competenze extra partitiche anche per l’attività politica.

Forse anche questo ha spinto il nuovo corso delle destre a rinnegare tutto, compreso il corporativismo che aveva la pessima idea di riconoscere il merito, la conoscenza, la competenza. Tutte sciocchezze ormai superate dalla storia. Adesso chiunque può intervenire su qualunque argomento, meglio se non lo conosce. Mettere insieme cultura umanistica e tecnica è impossibile, dal momento che mancano entrambe.