L’Università di Trento compie 60 anni. Inaugurato l’anno accademico

«L’Università di Trento è la nostra università. È un’istituzione partecipata dalla comunità accademica e studentesca, ma anche da quella trentina. Una vicinanza da custodire e alimentare come un grande valore. La sua presenza nel territorio lo testimonia, con il senso dello studio, dell’impegno, della libertà, della trasformazione, del confronto e della conoscenza che sono motore di crescita». Con queste parole del rettore Flavio Deflorian l’Università di Trento ha inaugurato questa mattina al Teatro Sociale l’anno accademico 2021-22, il sessantesimo dalla sua fondazione.
Una cerimonia che, dopo due anni di stop dettato dalla pandemia, torna per sottolineare una data simbolica. I sessant’anni invitano a tracciare un bilancio per un ateneo che, seppur ancora giovane, è riconosciuto come dinamico, competitivo, autorevole nel panorama universitario nazionale. «Il Trentino degli anni Cinquanta – ha osservato il rettore nel suo intervento introduttivo – era una terra povera, con una struttura economica arretrata, risorse naturali e finanziarie limitate. Il Trentino di oggi è invece una realtà all’avanguardia, in Italia e nel mondo, che gli indicatori collocano al vertice delle classifiche che misurano la qualità della vita e dei servizi. Nonostante un contesto così diverso, queste due stagioni hanno in comune la collaborazione tra realtà diverse come unica via per perseguire i propri obiettivi, e la capacità di tenere assieme visione alta e pragmatismo».


«La sfida della ricostruzione d’allora – ha proseguito – ha richiesto lo stesso livello di collaborazione e di interconnessione che oggi richiede il PNRR. Oggi come ieri, serve una programmazione comune, ampia, che deve muoversi con grande velocità ed efficacia, ma anche con grande dettaglio, tra Roma, Trento, il Triveneto, Bruxelles, le province dell’Euregio. Una sfida che riusciremo a vincere – anche di questo sono convinto – soltanto se ciascuno di noi accetterà di mettere in gioco una parte della propria identità».
Centrale nella vita dell’Ateneo è la presenza di studenti e studentesse, ribadita anche oggi nelle parole del presidente del consiglio degli studenti Edoardo Giudici: «Ogni anno è speciale a modo proprio, ma quest’anno abbiamo rettore, prorettori e delegati nuovi, che portano nuove energie ed esperienze. Stiamo scrivendo il Piano strategico di Ateneo, che coinvolge sia a livello di dipartimenti che di direzioni, e la settimana prossima inizieremo anche un dialogo con i vari stakeholders, in modo da definire gli obiettivi della nostra Università per i prossimi anni. Ricorrono i 30 anni di Opera Universitaria, un momento per fare un bilancio e una previsione in tema sostegni al diritto allo studio. Infine, il piano Next Generation EU: non si può pensare alle next generation prescindendo dall’istruzione e dall’Università, per sopperire a problemi quali la mancanza di aule, di spazi studio, di alloggi. Ma la sfida più importante che dobbiamo affrontare in quest’anno è proprio la gestione del ritorno in presenza. Un momento che sta mettendo alla prova gli studenti e le studentesse: un quarto di loro manifesta, ad esempio, difficoltà di carattere psicologico aggravate da questa situazione. Dobbiamo sostenerli, potenziando il Servizio di consulenza psicologica di Ateneo e mantenendo gli strumenti tecnologici che abbiamo sperimentato, negli ultimi due anni».
Un’analisi sulla situazione del personale è stata tracciata dal direttore generale Alex Pellacani, che proprio ieri è stato riconfermato dal Consiglio di amministrazione per un altro mandato triennale: «La gestione amministrativa di una realtà complessa come la nostra, è un lavoro che oscilla continuamente, come una sorta di pendolo, tra le regole e le persone. Tra vincoli scritti e quotidianità vissuta, tra prescrizioni di legge e stati d’animo. La difficoltà maggiore che incontriamo è dunque quella di conciliare queste due componenti. Se c’è però un proposito che vorrei fare mio in questo inizio di nuovo anno accademico, è quello di porre sempre maggiore attenzione, nell’osservare quel pendolo, quando si trova sbilanciato verso le necessità di chi lavora. Così da provare a tradurre nei grandi e piccoli gesti che ciascuno di noi compie ogni giorno, la consapevolezza che il lavoro che facciamo ha certo a che fare con uffici, servizi, risorse, procedure. Ma soprattutto ha a che vedere con le persone. Con un’amministrazione che si pone a servizio delle persone. E non viceversa».
Quindi l’intervento del presidente Daniele Finocchiaro che, giunto a metà del suo mandato ha proposto una riflessione sui nodi ancora da sciogliere e sulle sfide da affrontare: «Il prossimo Piano strategico pluriennale di Ateneo al quale il rettore lavora, congiuntamente al Senato accademico, sarà l’occasione per allargare ulteriormente lo sguardo, per mettere nero su bianco le sfide che ci proponiamo di cogliere e per affrontare o rivedere anche alcune questioni che mi tengono sveglio. Penso ad esempio alla Scuola di medicina, giunta ad una sua concretezza attraverso un percorso a tratti indocile e faticoso, e che necessita ora di impegno e concentrazione per essere completata, aggiungendo all’attuale biennio lo step che ne renda piena l’offerta formativa. Penso al futuro del C3A, realtà dalle grandi potenzialità che dobbiamo sostenere con convinzione, o alla gigantesca partita del PNRR: al tempo stesso la principale occasione che abbiamo per definire e costruire il nostro futuro, ma anche un terreno sul quale sarà pressoché impossibile pensare di incamminarsi da soli, senza una stretta complementarietà e sinergia tra istituzioni, stakeholder e comunità».
A tenere la prolusione è stata quest’anno la professoressa Fosca Giannotti, pioniera della scienza dei dati, titolare della prima cattedra di informatica della Scuola Normale Superiore a Pisa, individuata due anni fa come una delle 19 donne più influenti nel settore dal sito di informazione scientifica KDnuggets.com, impegnato nel diffondere modelli di ricercatrici e innovatrici di successo in un’area dominata da uomini. Una delle direzioni più promettenti delle sua ricerche attuali è favorire l’interazione fra persone e macchine “intelligenti” per sviluppare forme di AI umano-centriche, che potenzino cognizione e autonomia umane. Nel suo intervento ha percorso la storia dell’intelligenza artificiale da Alan Turing fino alle scommesse di oggi, con una riflessione sulle ripercussioni e sulle opportunità che ci aspettano per il prossimo futuro.
La cerimonia si è conclusa con un videomessaggio della ministra Maria Cristina Messa che ha voluto ricordare come, l’attuale, sia un momento particolare, di forte consapevolezza per l’università italiana: «Gli atenei sanno di essere uno strumento molto importante per la ripresa e la rinascita del nostro Paese. Questo è dovuto non solo al fatto che esiste una missione specifica su formazione e ricerca nel Piano nazionale di ripresa e resilienza che darà un forte impulso se non altro economico, ma anche al fatto che questa si accompagna a delle riforme che attendiamo già da molto tempo e a una rivisitazione del nostro sistema universitario che comporta sicuramente un cambio di passo».
«Conoscendo la storia e la grande qualità dell’Ateneo di Trento», la ministra ha definito l’Università di Trento particolarmente pronta per partecipare nell’ambito dell’offerta didattica dei corsi di laurea e della flessibilità, della competitività nei bandi, per la ricerca di base e per i rapporti con il territorio, le imprese, l’industria e gli enti. La ministra si è quindi soffermata sull’importanza e sulla centralità delle studentesse e degli studenti «che dobbiamo accompagnare verso un futuro che li valorizzi. Su questo siamo particolarmente impegnati così come sull’aumentare il più possibile l’accesso agli studenti agevolandoli non solo attraverso misure di contenimento delle tasse, ma anche con una forte presa di responsabilità per un welfare studentesco a tutto campo».