Nessun referendum sulla responsabilità dei magistrati. La giustizia italiana non tollera di pagare per i propri errori

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Chissà cosa avrà da festeggiare Matteo Salvini dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Eppure tutta la campagna mediatica della Lega per far firmare le richieste di referendum era stata basata sullo slogan “Chi sbaglia paga”. Sacrosanto. Proprio per questo immediatamente bocciato dalla Corte.

Dunque in Italia devono pagare i sudditi, anche per sbagli meramente formali. Pagano, con il confinamento in panchina o in tribuna, i calciatori che sbagliano una partita; pagano, con qualche settimana di sospensione, gli arbitri che sbagliano una valutazione; pagano i medici che sbagliano una cura; pagano, con la mancata rielezione, persino i politici. I giudici no. Se sbagliano loro, a pagare sono i sudditi che devono farsi carico dei risarcimenti per ingiusta detenzione. Se sbagliano loro, a pagare sono i sudditi che finiscono in galera, o comunque rovinati, per inchieste assurde, per processi infiniti ed infinitamente costosi. Sì, è vero: anche i Benetton, invece di pagare per i disastri provocati, incassano una montagna di denaro pubblico come premio. Ma è sempre il medesimo mondo di potere.

Eppure Salvini si entusiasma. Perché gli italiani potranno esprimersi sul sistema di voto per il Csm, per la valutazione dei giudici da parte degli avvocati, per la diversa carriera tra Pm e giudici. Temi che, indubbiamente, mobiliteranno le masse. Con il risultato, scontato, di un astensionismo generale che servirà solo a screditare ulteriormente il ricorso al referendum. Per arginarlo proveranno ad abbinare referendum e voto per le amministrative nei comuni che devono eleggere il sindaco. Ma la farsa è evidente.

Salvini, però, si entusiasma lo stesso. Perché lui è al governo e non osa dire che la decisione della Corte serve solo a tutelare l’esistente. Ed è un pessimo esistente. Non serve certo a restituire fiducia in una giustizia che pensa solo a tutelare se stessa. Ma non bisogna dirlo. E non bisogna dire che l’esito era assolutamente scontato, a maggior ragione dopo la nomina di Giuliano Amato.

Dopo il Papeete, dopo il disastro del Quirinale, adesso ci sarà il non voto referendario a ribadire che Salvini non ne azzecca più una. In attesa che vengano nuovamente sbagliati tutti i nomi dei candidati sindaci alle elezioni di primavera. Sempre che gli alleati di governo concedano di andare al voto.