Quando la guerra è qua, al letto 6

Purtroppo ci si abitua a tutto. Ci si abitua al dolore, ci si abitua alla morte. E’ normale che il nostro cervello ci protegga dai pensieri sgradevoli ma decidere di non provare rabbia, indignazione e sofferenza è una scelta.

Fino a poco tempo fa era impensabile non avere l’occasione di stare vicini a propri cari negli ultimi attimi di vita eppure il COVID-19 ci ha portato via la delicatezza di una carezza proprio nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno e di cui forse anche noi ne avremmo avuto bisogno. Oggi la realtà è decisamente cambiata, la pandemia ha preso una strada più favorevole e tante emozioni sono già state archiviate in qualche meandro del nostro cervello, possiamo vivere momenti felici con le persone care, abbracciarci e programmare con ottimismo il nostro futuro.

Purtroppo non tutti hanno questa gioia, qualcuno deve sperare di sopravvivere alle bombe, qualcuno vive momenti “conviviali” in rifugi antiaerei, qualcuno abbraccia i propri figli angosciato per il domani che li aspetta, qualcuno programma un viaggio per andare a prendere i propri genitori, figli e nipoti al confine dell’inferno.

Questa è la storia di D.S. una bella signora di 64 anni sanissima che è scappata dall’orrore della guerra sino al confine ungherese dove la aspettava sua figlia partita da Milano appena ha potuto. D.S. e i nipotini salgono in macchina e via, i bombardamenti alle spalle ma anche la casa e la normalità, distrutta per sempre, per un lungo viaggio ininterrotto attraverso l’Europa fino all’autogrill di Rovato dove la signora accusa un grave malore.

Non respira. Mancavano pochi chilometri eppure il viaggio finisce nel nostro pronto soccorso dove viene assistita immediatamente: la TC torace evidenzia l’albero polmonare pieno di coaguli, probabilmente dovuti al lungo viaggio immobile nell’auto. Vengo chiamato: “… una signora scappata dall’Ucraina ha un embolia polmonare massiva vieni, presto…”. Le cure ed il ricovero immediato.

Provo qualcosa di mai provato prima. Non parlo ucraino. La figlia mi da le informazioni fondamentali per fare quello che posso, eppure DS mi parla senza proferire parola, i suoi occhi mi parlano quasi socchiusi, il suo cuore tachicardico sussurra il dolore.

La guerra bussa alla nostra porta.

Una realtà che stiamo seguendo attraverso il filtro di una telecamera o dei reporter è qua, al letto 6. La figlia dopo essersi ripresa, scoppia in lacrime, non dorme da 3 giorni, i 3 giorni che sono serviti per percorre 4000 km e salvare la sua mamma. Non vuole piangere, si scusa, ringrazia, ripete che stanno bombardando tutto.

Le condizioni cliniche di DS migliorano, sorride con una dolcezza infinita e mi fa male perché mi sembra di toccare una anima lacerata dall’orrore che lascia trasparire solo gentilezza; mi stringe la mano e non voglio staccarmi, fa più bene a me che a lei quella stretta.

Se DS fosse morta questa mattina non avrebbe occupato le statistiche di qualche giornale eppure le vittime sono anche queste, vittime silenziose dimenticate in tutte le guerre o crisi umanitarie.

Quante DS ci sono tra noi?

Quante DS ci dovranno essere per volere con forza la pace?

Purtroppo ci si abitua a tutto. Ma questo non è normale. Non abituiamoci alla sofferenza, non abituiamoci al male, continuiamo ad indignarci davanti al dolore e contribuire con ogni mezzo al bene.

Dott. Nicolò Dasseni

Cardiochirurgo