«Prima le donne e i bambini». Guerra e genere

Nel raccontare le drammatiche immagini che arrivano dall’Ucraina, c’è un fatto che i media riportano continuamente, e cioè la partenza da Kiev e dintorni di donne e bambini mentre «gli uomini restano a combattere». Ora, posto che la prima cosa da fare in queste ore è accogliere i profughi, soccorrerli, inviare aiuti in terra ucraina e, soprattutto, spingere affinché il conflitto termini quanto prima, è possibile chiedersi: ma quel «gli uomini restano a combattere» rappresenta un’anomalia, una idea del presidente Volodymyr Zelensky? In realtà, nulla di tutto questo.

Il sociologo Mark Regnerus ha osservato che ciò che si vede «resta un tacito riconoscimento delle distinzioni tra i sessi e dell’importanza dei ruoli sessuali, che è lecito ammettere solo durante le crisi». Da parte sua, lo psicologo sociale Roy Baumeister, in There Anything Good about Men? (Oup, 2010), ha invece osservato che uomini e donne «sono diversi in alcuni modi fondamentali», inclusa la propensione all’assunzione di rischi, e che le culture di successo «sfruttano queste differenze per superare le culture rivali». E se invece fosse solo una questione di costrutto sociale?

In effetti, rispetto ad epoche passate le donne hanno ora un ruolo maggiore nelle forze armate e negli scenari di guerra. La stragrande maggioranza degli eserciti rimane però a prevalenza maschile e pare lontanissimo il giorno in cui ci sarà una equa rappresentanza nelle forze armate. Inoltre «le prove archeologiche, etnografiche e storiche mostrano in modo schiacciante che la guerra era un’attività quasi esclusivamente maschile nelle società preistoriche ed ha continuato ad esserlo sia nelle società su piccola scala, sia negli stati di tutto il mondo antico e moderno» (Proceedings B is the Royal Society, 2018).

Questo è successo o succede perché le culture non sono abbastanza egualitarie? Strano: Steven E. Rhoads, cattedratico dell’Università della Virginia, ha osservato che «persino in alcune tribù note per la parità sessuale, i maschi commettono quasi tutti gli omicidi» (Taking sex differences seriously, Encounter Books, 2004). Anche gli studiosi Joyce F. Benenson e  Henry Markovits, nel loro Warriors and Worriers (Oup, 2014) richiamano a delle basi biologiche, per così dire, per spiegare le differenze sessuali nella guerra, con il testosterone – ormone assai più presente nell’uomo – che gioca un ruolo «quasi sicuramente». Un’ipotesi bizzarra? Non esattamente.

Benenson e Markovits segnalano infatti che se si vanno a vedere le ragazze «nate con livelli di testosterone insolitamente alti» si possono trovare «molti» degli stessi comportamenti dei coetanei maschi. Insomma, guai a ridurre tutto alla biologia, sposando determinismi facili da confutare. Tuttavia, è innegabile come negli «uomini restano a combattere» in Ucraina in queste ore, oltre ad un mirabile orgoglio patriottico – valore che la cultura progressista, fino a ieri, liquidava come retrogrado, ma che ha improvvisamente riscoperto – vi sia riflessa un’attitudine naturale, la stessa che fa sì che donne e bambini siano messi in salvo per primi.

Giuliano Guzzo